Il parco delle Orobie


Estratto da Parchi e Riserve – luglio 2000

 

 

 

 

 

 

PARCO DELLE OROBIE VALTELLINESI

Quattordici valli che si affacciano sulla piana dell’Adda, lontane dal turismo di massa, custodiscono in ambienti ancora integri, tesori che meritano di essere conosciuti , ma soprattutto protetti.

A chi, provenendo dal Lago di Como, si addentra in Valtellina pare subito evidente la differenza tra i due versanti che delimitano la valle, quello retico, a nord, modellato dai terrazzamenti coltivati a vite e quello orobico a sud, ricoperto da fitti boschi, in ombra per i lunghi mesi invernali.

Le Orobie Valtellinesi sono montagne che hanno conservato un elevato grado di naturalità e dove l’uomo si confronta da secoli con le difficoltà dell’ambiente, ma anche con la bellezza del paesaggio. La catena, che segna il confine tra la provincia di Sondrio e quella di Bergamo, si estende per circa 50 Km, dal Monte Legnone al Passo dell’Aprica, in un susseguirsi di cime sempre al di sopra dei 2000 m, per culminare nei 3052 m del Pizzo di Coca. A nord, il versante valtellinese scende ripido verso la valle dell’Adda, segnato da incisioni vallive originatesi dall’azione dei ghiacciai quaternari e dallo scorrere impetuoso dei torrenti, che nel tratto finale solcano profonde forre.

 

P.zo Brunone - Foto Lucini

 

Il versante sud presenta invece una morfologia più dolce e si differenzia anche per il substrato roccioso, in gran parte di origine sedimentaria e a reazione basica a differenza di quello del versante nord costituito in prevalenza da scisti cristallini acidi, rocce metamorfosate durante l’orogenesi alpina a causa delle forti pressioni e delle alte temperature.

Ancora l’azione dei ghiacciai è all’origine dei numerosi e incantevoli laghetti alpini che spesso, durante le passeggiate ad alte quote, appaiono quasi come per sortilegio dietro rocce o morene che li contengono.

 

Lago Zapèl - Foto Lucini

 

Per tutelare tutto questo complesso montuoso dal 1989 sono stati istituiti due parchi regionali, quello delle Orobie Bergamasche e quello delle Orobie Valtellinesi. Per conoscere meglio quest’ultimo proviamo a percorrere un sentiero ideale che dalle prime pendici ci porti fino in cresta e ad osservare il susseguirsi di ambienti, dovuto alle variazioni climatiche e del manto vegetale, che caratterizzano le diverse quote.

Salendo di poche centinaia di metri ci si presentano infatti le stesse differenze che osserveremmo spostandoci dal centro al nord Europa di diverse centinaia di chilometri. E non è tutto. La particolare morfologia dei versanti e le diverse caratteristiche del terreno danno origine ad ambienti del tutto originali che non si trovano a latitudini più settentrionali. Ne deriva una ricchezza biologica peculiare favorita dall’incontro di elementi mediterranei e artico-boreali. Ma torniamo sul nostro sentiero e inoltriamoci nei boschi di latifoglie dominati tuttora dal castagno (Castanea sativa), diffuso in passato dall’uomo che utilizzava i suoi frutti come una delle principali fonti alimentari. 

   

 La fioritura del castagno - Foto Lucini

 

L’abbandono dei castagneti ha permesso ad altre specie come, acero (Acer pseudoplatanus), frassino (Fraxinus excelsior), orniello (Fraxinus ornus) di ricolonizzare parte del loro spazio originario. Il limite del bosco di latifoglie coincide approssimativamente con l’inizio del Parco. Al di sopra si estendono i boschi di conifere, dominati dall’abete rosso (Picea abies) al quale si associano altre essenze secondo le diverse condizioni ambientali quali l’abete bianco (Abies alba) e il faggio (Fagus selvatica), nei tratti più umidi, e il pino silvestre (Pinus sylvestris) in quelli più soleggiati. Solo in primavera la fioritura del maggiociondolo (Laburnum alpinum) riesce a ravvivare la cupa pecceta montana, che, secondo la tradizione, dava rifugio all’Homo salvadego, figura mitologica ricorrente nella cultura alpina.

I tratti più integri di foresta ospitano ancora il rarissimo gallo cedrone (Tetrao urogallus), scelto come simbolo del Parco proprio perché le Orobie Valtellinesi costituiscono la propaggine più occidentale del suo areale di distribuzione a sud delle Alpi. Un altro Tetraonide, il francolino di monte (Bonasa bonasia), condivide gli stessi habitat come anche la civetta capogrosso (Aegolius funereus) che sfrutta per nidificare le cavità scavate nei tronchi dal picchio nero (Dryocopus martius). Un mosaico di bosco e radure è invece l’ambiente d’elezione del capriolo (Capreolus capreolus) che utilizza i primi come rifugio e le seconde per alimentarsi.

Salendo ulteriormente di quota i raggi di sole cominciano a farsi spazio tra gli alberi meno possenti che costituiscono la pecceta subalpina e anche il sottobosco si arricchisce di specie, prime fra tutte rododendri (Rhododendron ferrugineum) e mirtilli (Vaccinium myrtillus). Al peccio si accompagnano ora i larici (Larix decidua), fino a divenire dominanti, e in alcuni tratti mughi (Pinus mugo) o cembri (Pinus cembra). Il picchio rosso maggiore (Picoides major) si spinge fino al limite del bosco scavando nidi nei tronchi e favorendo la nidificazione della civetta nana (Glaucidium passerinum), piccolo Strigiforme rimasto sulle Alpi come relitto delle glaciazioni. 

 

Fantasiosa opera del picchio - Foto Lucini

 

Nella fascia di transizione verso la prateria alpina, costituita dagli arbusti contorti, vivono invece i galli forcelli (Tetrao tetrix) che, in primavera, si radunano in dossi innevati, le arene di canto, dove i maschi, con lotte rituali, conquistano la possibilità di accoppiarsi occupando la parte centrale dell’arena. Quando anche gli arbusti trovano condizioni climatiche troppo difficili lasciano spazio alla vegetazione erbacea della prateria alpina che ospita fioriture appariscenti come quelle delle diverse genziane: lutea (Genziana lutea), punteggiata (Genziana punctata), purpurea (Genziana purpurea), del giglio martagone (Lilium martagon), delle pulsatille alpine (Pulsatilla alpina). 

 

Foto Lucini

 

Altri fiori, forse meno appariscenti, ma certamente più tenaci sono quelli che si insinuano nelle fessure delle rocce o tra le pietraie come i sorprendenti cuscinetti di Androsace alpina e Androsace brevis, specie, questa, che vegeta in una ristretta area compresa tra il Lago di Lugano e la Val Gerola o la tenue Viola comollia, endemica delle Orobie. Tra praterie, creste e ghiaioni vivono anche alcuni degli animali più tipici delle Alpi come la pernice bianca (Lagopus mutus), l’ermellino (Mustela erminea) e la lepre variabile (Lepus timidus) che, con la muta autunnale, assumono una colorazione candida per mimetizzarsi con la coltre di neve. La marmotta (Marmota marmota) preferisce, invece, il letargo per difendersi dai rigori invernali che non le permetterebbero di trovare il cibo necessario. Al suo risveglio, in primavera, diventa una delle prede favorite dall’aquila reale (Aquila chrysaetos), che sorvola radente le praterie alla ricerca di nutrimento per i nidiacei. Ai numerosi camosci (Rupicapra rupicapra) si è aggiunta, nell’ultimo decennio, una colonia di stambecchi (Capra ibex), reintrodotti sulle Orobie dopo secoli di assenza. Certamente meno evidente, ma di grande interesse naturalistico, è la presenza della schiva salamandra nera (Salamandra atra).

 

Foto Lucini

 

Lasciato l’ipotetico itinerario che ci ha condotto attraverso gli ambienti caratteristici delle diverse quote, ci incamminiamo ora su un sentiero reale: la Gran Via delle Orobie. Recentemente realizzata raccordando tratti di sentieri già esistenti, la Gran Via permette di percorrere longitudinalmente l’intero territorio del Parco, mantenendosi a una quota media di 1800 m. In 12-15 tappe, partendo da Delebio e giungendo ad Aprica, si possono ammirare dall’alto le valli principali che costituiscono il versante valtellinese della catena. Ovviamente questa lunga traversata può essere percorsa anche a singoli tratti in quanto ogni valle possiede uno o più sentieri che dal basso permettono di raggiungerla.

La prima tappa si addentra in Val Lesina percorrendo in parte le antiche mulattiere realizzate in acciottolato e dal caratteristico profilo concavo che favoriva il trasporto a valle dei tronchi, sulla neve. Il sentiero rimane sulle pendici del Monte Legnone, ma volendo raggiungerne la vetta si osserverebbe una delle più belle panoramiche che spazia dalla Pianura Padana ai gruppi del Bernina e Disgrazia. Continuando il percorso si giunge in Val Gerola, una delle due valli del torrente Bitto e dell’omonimo formaggio. La testata della valle presenta affioramenti di rocce sedimentarie: il Verrucano Lombardo, dal caratteristico colore rosato. Proprio le rocce della Val Gerola hanno custodito fino a pochi anni fa i resti di un’antica conifera, risalente al Permiano (250 milioni di anni fa): la Cassinisia orobica, appartenente a un genere fino ad allora sconosciuto alla scienza. Questi fossili, osservabili al Museo di Storia Naturale di Morbegno, hanno conservato in modo straordinario la forma tridimensionale della pianta originale. L’altra Valle del Bitto, quella di Albaredo, oltre a essere percorsa dall’antica Strada Priula, è sede di una delle due Porte del Parco, centri visita recentemente realizzati per avvicinare gli escursionisti alle particolarità storico-naturali del Parco.

Oltre le Valli del Bitto, la Val Tartano, è l’unica tuttora abitata, malgrado fino agli anni ’60 fosse ancora isolata dal fondovalle. Dalla Gran Via se ne possono ammirare i due rami terminali, quelli in cui si divide la valle oltre l’abitato di Tartano: la Val Corta e la Val Lunga con i bei laghi di Porcile. Più a nord si apre la piccola Val Fabiolo, con il magico nucleo di Sostila raggiungibile ancora oggi solo a piedi attraverso una bella mulattiera.

 

 I laghetti del Porcile - Foto Lucini

 

Proseguendo verso oriente si sovrastano la Val Madre e la Val Cervia, percorse rispettivamente dalle acque dei torrenti Madrasco e Cervio, per ora indenni da prelievi a scopo idroelettrico. La Valle del Livrio, dominata dal Corno Stella (2621 m) custodisce la chiesa di San Salvatore, ritenuta la più antica della provincia di Sondrio. Qui, fino ai primi decenni del ‘900, mentre gli orsi andavano scomparendo, si svolgevano balli folcloristici dedicati al plantigrado, del quale la locanda del posto annoverava nel suo menù un prelibato prosciutto. Oltrepassato il lago di Publino, si giunge in Val Venina, con il gruppo di Scàes-Coca-Redorta: i tremila delle Orobie. In questa valle sono ancora evidenti i resti degli antichi forni fusori del ferro a ricordo del suo passato minerario. 

 

 I forni minerari in Val Venina - Foto Lucini

 

Nei tratti più umidi vegeta abbondante la seconda specie endemica del Parco: la Sanguisorba dodecandra.

 

Sanguisorba Dodecandra - Foto Amonini

 

La Val d’Arigna, in parte ancora abitata, è conosciuta per la lavorazione dei pezzotti, tappeti tessuti con stracci, che tradizionalmente servivano per la battitura della segale.

Le valli più selvagge del Parco sono le tre che seguono: Val Malgina, Bondone e Caronella. Attraverso il passo di Malgina si svolge ogni anno, il pellegrinaggio degli abitanti di Castello dell’Acqua ad Ardesio, nell’alta Valle del Serio, a testimonianza di quanto, un tempo, fossero vivaci i rapporti tra i due versanti.

La Gran Via delle Orobie si conclude percorrendo tutto l’anfiteatro della Val Belviso, in un susseguirsi di panorami suggestivi come quelli offerti dal Lago Nero e dal Lago Verde e da una ricchezza faunistica non comune.

  

Sirta di Forcola sembra sbucare ogni giorno dalla profonda forra scavata dalle acque del torrente Fabiolo, ovvero del “piccolo faggio”. Da questo grazioso paesino parte la mulattiera che si inoltra in un’angusta gola dove le acque hanno modellato alcune bellissime marmitte dei giganti. Il fondovalle scompare dalla vista e il mondo esterno, con i suoi rumori, pare subito lontano. Oltrepassate due santelle e un gruppetto di case abbandonate si raggiunge Sostila, oggi abitata solo in estate, ma che nel 1930 contava ancora un centinaio di abitanti. Il piccolo villaggio è un vero capolavoro di architettura rurale di origine alto-medioevale, con edifici posti a schiera seguendo le curve di livello. Le facciate delle case presentano caratteristici loggiati in legno e portali in pietra. Le viuzze lastricate si snodano tra le scale che collegano i diversi livelli, gli spazi coperti e gli ingressi delle abitazioni. Oggi, Sostila, rivive una volta l’anno, in occasione della festa della Madonna della Neve, che si celebra nella chiesetta posta a lato dell’abitato.

 

Bitto

La pratica dell’alpeggio che si ripete pressoché immutata da secoli, ha segnato in modo indelebile il volto delle Orobie Valtellinesi e il carattere dei suoi abitanti. Sugli alpeggi, infatti, il tempo sembra essersi fermato; immutato è il fascino della transumanza, così come i gesti che accompagnano il lavoro quotidiano dei pastori. La lavorazione del latte è un vero e proprio rito che si svolge come nei secoli passati anche in ricoveri temporanei (tre mura e il tetto formato da un telo) chiamati “calecc”. E’ qui che, grazie alla particolarità dei pascoli e alla bravura dei casari, nasce un ottimo formaggio: il Bitto, prodotto esclusivamente in alpe, a pasta semicotta, grasso, di media durezza e media stagionatura. Il suo sapore, dolce e aromatico, si fa più intenso con l’invecchiamento ed è reso leggermente piccante dalla presenza di una piccola percentuale di latte di capra. Dal 1995 il Bitto ha ottenuto il marchio D.O.C. che ne definisce l’area di produzione e di stagionatura e le caratteristiche organolettiche. Ogni anno ad ottobre si rinnova l’appuntamento con la Fiera del Bitto e con il suo concorso, giunto ormai alla sua 92° edizione. Un appuntamento, quello che si svolge a Morbegno, che consente ai produttori di confrontarsi, mentre costituisce un’ottima vetrina per il ricercatissimo prodotto.

  

Gallo cedrone

L’Urogallo del libro di Mario Rigoni Stern è in realtà un grosso uccello che dalla taiga siberiana è stato spinto sulle Alpi dalla discesa dei ghiacci. Vi è poi rimasto a lungo, malgrado le condizioni ambientali non fossero per lui quelle ideali. A partire dall’inizio del ‘900 si è assistito a una progressiva contrazione del sua areale alpino con la scomparsa dalle Alpi Occidentali. La tendenza alla rarefazione si è accentuata nel secondo dopoguerra a seguito dei mutamenti dovuti ad un diverso approccio alla montagna, e attualmente l’ultimo baluardo è costituito proprio dal Parco delle Orobie Valtellinesi, che lo ha scelto come simbolo, ma che soprattutto sta cercando di preservarlo dall’estinzione locale. E’ un compito decisamente non facile, ma grazie a un gruppo di esperti e a finanziamenti regionali e del Ministero dell’Ambiente, sono stati individuati e verranno presto realizzati una serie di interventi che potrebbero favorire il successo riproduttivo degli individui rimasti. Il gallo cedrone rappresenta oltretutto una specie “ombrello”. Garantendo la sua presenza con un’adeguata gestione del suo habitat si favorisce infatti la presenza di numerose altre specie animali meno esigenti, ma altrettanto importanti per l’ecosistema del bosco.

Il progetto prevede di ristabilire aree di bosco idonee come arene di canto tramite l’applicazione di criteri di selvicoltura naturalistica sia da parte del Parco che dei privati, attraverso incentivi. E’ inoltre importante ridurre al minimo il disturbo durante il periodo riproduttivo, per questo il Piano Territoriale del Parco prevede già il divieto di uscire dai sentieri segnati e di effettuare interventi selvicolturali prima del 20 luglio, nelle aree a Parco Naturale frequentate dal Tetraonide. Anche l’apertura di nuove piste forestali dovrà tenere conto in futuro di questa importante presenza.

  

Homo Salvadego

A Sacco, piccolo borgo di origine medioevale, posto all’imbocco della Val Gerola, si trova una delle più belle raffigurazioni dell’Uomo Selvatico, finora documentate sull’arco alpino. Questo mitico personaggio, infatti, non è solo un fenomeno locale, ma si può considerare un vero e proprio simbolo della cultura contadina alpina. Secondo una consuetudine radicata nei secoli, lo spazio in montagna veniva suddiviso in due parti nettamente distinte: quello abitato (il villaggio, la casa, l’alpeggio) vissuto come spazio sacro e quello del bosco e dell’alta montagna, posto fuori dal controllo dell’uomo. E’ in questo spazio che, secondo la tradizione popolare delle Orobie, vivevano i folletti, le anime dei defunti e l’Uomo Selvatico, considerato il custode dei segreti della vita pastorale.

Nel museo di Sacco la figura dell’Homo Salvadego è inserita in un ciclo pittorico quattrocentesco (1464), composto da immagini religiose e da cartigli con motti moraleggianti in latino e in volgare.

L’immagine dell’Uomo Selvatico che impugna un nodoso bastone è posta subito dietro la porta d’ingresso alla “camera picta” ed è accompagnata da una sorta di fumetto che recita. “Ego sonto un homo salvadego per natura chi me ofende ge fo pagura”, quasi a testimoniare il carattere battagliero di questo nostro yeti.

L’edificio dell’Homo Salvadego prima dei restauri, voluti dalla Comunità Montana di Morbegno, si presentava come una struttura rurale (la “camera picta” era un fienile), ma la destinazione d’uso originaria pare fosse residenziale.

Per informazioni: Cooperativa turistica PAN – Morbegno tel. 0342.610015.

  

Il Passo San Marco e la Strada Priula

Il leone alato scolpito sulla facciata del rifugio che sorge nelle vicinanze del passo non lascia dubbi: la Repubblica di Venezia arrivò fin quassù. Il motivo è semplice: assicurare alle merci veneziane uno sbocco sicuro verso il Nord Europa evitando i dazi imposti dal Ducato di Milano a chi transitava per la più comoda direttrice del Lago di Como. Era il 1593 quando il podestà veneziano di Bergamo, Alvise Priuli, dava inizio ai lavori di costruzione di una strada di collegamento tra la bergamasca Val Brembana e la Valle del Bitto di Albaredo, attraverso il passo denominato, non a caso, di San Marco, posto a 1985 metri di quota. L’idea di realizzare questo collegamento “protetto” proiettato verso il Centro Europa si rivelò subito azzeccato. Per circa due secoli, infatti, il rifugio San Marco ospitò ricchi mercanti e moltissime carovane, con ogni genere di merce, dirette verso i Grigioni. La Valle del Bitto ruppe così il secolare isolamento, mentre la facilità degli scambi commerciali con l’opposto versante diede impulso ad un’economia legata esclusivamente all’agricoltura.

Con il mutare delle condizioni politiche i percorsi di fondovalle diventarono più sicuri cosicché soppiantarono quello dell’accidentata Strada Priula.

Dello storico itinerario restano oggi sul versante valtellinese alcuni tratti di strada lastricata, mentre il collegamento tra i due versanti è assicurato durante la bella stagione da una comoda strada asfaltata.

 

   

Itinerari:

 

LA GRAN VIA DELLE OROBIE

La Gran Via delle Orobie rappresenta l’itinerario escursionistico principale del Parco Orobie Valtellinesi. Complessivamente il sentieo si sviluppa per una lunghezza di 130 Km, da Delebio fino all’Aprica mantenendosi su una quota media di circa 1.800 m. La numerazione assegnata all’itinerario prevede il numero 101 nella parte ovest (sentiero A. Paniga); i numeri 201 e 301 nella parte centro-orientale (sentiero B. Credaro). I lavori di sistemazione ed attrezzatura, in parte già eseguiti ed in parte in fase di realizzazione, la quota non eccessivamente elevata e la presenza lungo il percorso di un buon numero di rifugi gestiti, bivacchi ed altri punti di appoggio, la rendono facilmente percorribile ad escursionisti di medio livello, senza particolare attrezzatura di tipo alpinistico. Nella stagione estiva, con buone condizioni di tempo, è ipotizzabile un periodo di percorrenza di 12/15 giorni, prevedendo delle tappe per la sosta ed i rifornimenti in corrispondenza delle varie strutture.

La presenza di numerosi itinerari trasversali di accesso, rappresentati da strade e sentieri posti in corrispondenza delle principali valli del Parco, offre tuttavia la possibilità di percorrere la Gran Via delle Orobie a tratti, prevedendo escursioni anche di singole giornate.

Attraversando il territorio del Parco in tutta la sua estensione longitudinale si incontrano siti di grande interesse sia naturalistico che storico.

 

SENTIERO DEI LAGHI n. 148 ex n. 8/9 (Val Gerola)

ITINERARIO: Pescegallo, Lago di Trona, Lago Zancone, Lago Rotondo

PARTENZA: Pescegallo (1450 m)

TEMPO DI PERCORRENZA: 2,30 ore

DESCRIZIONE: L’itinerario si svolge in un ambiente naturale di particolare bellezza, molto interessante dal punto di vista geologico e faunistico.

Oltre il lago di Trona, racchiuso da un’imponente diga, si raggiungono il lago Zancone e il lago Rotondo, due autentiche gemme alpine.

 

 Il lago dell'Inferno in Val Gerola - Foto Lucini

 

VAL DI LEMMA n. 116 ex n. 14 (Val Tartano)

ITINERARIO: Biorca, Barbera, Alpe di Lemma, Passo di Lemma

PARTENZA: Tartano (loc. Biorca 1200 m)

DISLIVELLO: 950 m

TEMPO DI PERCORRENZA: 4 ore

DESCRIZIONE: Suggestivo itinerario lungo il quale è possibile notare particolari esempi di architettura rurale tipica della Val Tartano, ancora ben conservate.

Da notare inoltre, all’inizio della valle in località Barbera, le marmitte dei giganti, fenomeno geologico dovuto all’azione erosiva delle acque che scorrevano sotto i ghiacciai.

 

SENTIERO DEI LAGHI n. 317 ex n. 7 (Val Belviso)

ITINERARIO: Ponte Frera, Malga Fraitina, Lago Nero, Lago Verde, Monte Torena

PARTENZA: Ponte Frera (1380 m)

DISLIVELLO: 1530 m

TEMPO DI PERCORRENZA: 5,30 ore

DESCRIZIONE: Questo itinerario è tra i più belli della Val Belviso dal punto di vista panoramico.

I laghi di Torena offrono degli scorci notevoli.

La salita oltre i laghi al Monte Torena è adatta a escursionisti esperti.

  

PASSO SCALETTA n. 251

ITINERARIO: Agneda, Lago di Scàes, Rifugio Mambretti

PARTENZA: Agneda (1230 m)

DISLIVELLO: 1290 m

TEMPO DI PERCORRENZA: 4 ore

DESCRIZIONE: Interessa un’altra area delle Orobie dove un tempo si estraeva minerale ferroso.

Da ricordare la presenza di due endemismi botanici: la Viola comollia e la Sanguisorba dodecandra.

Consigliabile è l’itinerario sci-alpinistico della Val Caròn.

  

  

Da non perdere: una visita al Museo di Storia Naturale di Morbegno, con collezioni di rocce, minerali e diorami con gli ambienti e gli animali delle Alpi; una gita ad Arigna o ad Albaredo per vedere la lavorazione dei pezzotti; la visita dei mulini, pile e fucine di Castello dell’Acqua e del museo dell’Homo Salvadego a Sacco. In primavera o autunno una passeggiata fino a Sostila, in Val Fabiolo. In estate è interessante partecipare alle diverse sagre di paese come quella del Mirtillo a Rasura, dei Funghi a Bema, del Bitto a Gerola o la festa della Polenta Cropa a Briotti. Per una visita all’antica chiesa di San Salvatore in Val del Livrio si può scegliere Ferragosto, giorno della festa popolare. Per informazioni A.P.T Valtellina: tel. 0342.512500.