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I corsi d'Acqua
Segue: i Ponti - di Marino Amonini
Le Orobie Valtellinesi si caratterizzano per una ricca e folta vegetazione, favorita dalle particolari condizioni climatiche e di umidità del terreno. Il versante valtellinese delle Orobie infatti, è esposto a Nord e tale condizione favorisce una minore insolazione estiva, una più lunga permanenza delle precipitazioni nevose a primavera, e conseguenti complessive condizioni correlate: temperatura particolarmente fresca, anche in estate, umidità, folto sottobosco con presenza di vasti mirtilleti, felci, frutti di bosco di ogni genere. Numerosi sono i corsi d'acqua, più o meno importanti, alcuni dei quali si uniscono a quota relativamente alta, altri arrivano fino al piano. I Torrenti più importanti che giungono fino al piano e confluiscono nell'Adda, sono, il Torrente Belviso, il torrente Caronella, il Bondone, il Malgina, l'Armisa, il Tripolo, il Serio, il Venina, il Livrio, il Cervio, il Madrasco, il Presio, il Rodolo, il Tartano, il Roncaiola, il Bitto, il Cosio, il Lesina. Le acque sono state sottoposte a un regime di intenso sfruttamento sin dai primi decenni del secolo, con la costruzione di importanti dighe a Frera (Lago Belviso), in Val d'Arigna (Armisa e dighe di S. Stefano), a Scàes e Venina, al Publino, a Gerola Alta (L. di Trona e L.dell'Inferno). Ad ognuno di questi invasi corrisponde una o più centrali idroelettriche. Il regime di sfruttamento delle acque ha pertanto indebolito la consistenza originaria dei torrenti. Il torrente Caròn ad esempio, così impetuoso al momento di immettersi nella diga di Scàes, in alcuni periodi si riduce, all'uscita della diga, a uno svogliato rigagnolo che viene inghiottito dal terreno nel piano di Agneda, riemergendo a stento poco prima di Vedèl, per gettarsi poi nel Venina. Lo stesso accade per i fossi del fondovalle, che erano il proseguo di altrettanti rigagnoli e ruscelli che venivano dalla montagna e nello stesso tempo servivano a raccogliere le acque di scolo dei prati. Soltanto quarant'anni or sono i fossi del fondovalle erano abitati da stuoli di rane che nelle notti estive alzavano assordanti cori, e anche da pesci ed anguille. Di conseguenza erano numerosi i predatori notturni: il barbagianni, il gufo, la civetta, l'allocco. Ora invece sono soltanto pietosi rigagnoli cementati (per illuminato intervento di non si sa chi, dopo l'alluvione del 1987) e infestati da alghe ed erbacce. Per trovare la maestà e la bellezza del torrente di montagna, bisogna salire in alto, sopra le dighe e le prese d'acqua.
Il ponte all'alpe di Caròn, distrutto dalla piena del 1987 - Foto Lucini
I torrenti sono anche degli ambienti molto interessanti da esplorare, perché offrono sempre angoli notevole interesse paesaggistico e naturalistico. Una suggestiva veduta è quella della stretta gola formata dal torrente Caròn, ai piedi della diga di Scàes, proprio dove è collocato il ponte, rigorosamente in cemento - purtroppo -, dal quale inizia il sentiero che porta al rifugio Mambretti (cosiddetto "Ponte della Padella"). La località è chiamata "Marmitte dei Giganti", perché presenta interessanti fenomeni di erosione della roccia causati dalla forza dell'acqua del torrente, combinata con lo sfregamento rotatorio di massi che, nei secoli, ha scavato nella roccia degli enormi buchi tondeggianti. Vale la pena percorrere quel tratto di torrente (con le dovute cautele, perché non è di agevole frequentazione) ed osservare i mille segni che nei millenni l'acqua ha scavato nella roccia.
Marmitte dei Giganti - Foto Lucini
Un altro torrente paesaggisticamente interessante, è il Serio, che nel corso dei secoli, ha sottoposto ad un'opera di paziente erosione il suo letto di roccia, ricavandone una serie di cascatelle, bacini, salti, giochi d'acqua davvero interessanti, in un'atmosfera di assoluto rilassamento, e in felice combinazione con la vegetazione circostante.
Giochi d'acqua al Serio - Foto Amonini
Una passeggiata particolare e unica sarebbe, pertanto, l'impresa di risalire il torrente Serio, da Valbona, sino a dove si ha modo e tempo di giungere (il Serio infatti nasce dalla raccolta delle acque del versante Nord dei monti Rodes-Pessa-S. Stefano, e già in Località Armisola, a 1600 metri, ha una portata di tutto rispetto). Purtroppo il disastro del 1987 (l'inondazione di cui si è parlato a lungo anche nelle cronache nazionali), ha in parte cancellato o modificato alcuni di questi angoli; tuttavia qualcosa ancora rimane dell'antica bellezza, per cui vale la pena di tentare l'impresa, muniti di macchina fotografica.
Giochi d'acqua al Serio - Foto Amonini
Anche l'Adda, terzo fiume d'Italia, ha il suo fascino nella zona orobica come in ogni parte del suo corso, per quei suoi azzurri intensi che fanno buon contrasto, specie in autunno e in inverno, con i rossi e gli ocra delle foglie secche, il bianco della prima neve, il nero delle pietre che qua e là rompe il flusso dell'acqua, più scarsa che in estate. L'aspetto più apprezzabile di questa abbondanza di acqua, sta forse nel fatto che, a differenza che in molte altre zone montane, il rifornimento idrico per l'alpinista e per l'escursionista, non è un problema di rilievo, ovviamente facendo attenzione a rifornirsi da fonti vive, o da ruscelli che non trasportino residui organici (sedimenti di erba, foglie, ecc.) o da fontane, che si trovano in genere presso tutti i maggenghi e gli alpeggi (che sono quasi tutti collocati in luoghi dove si trova acqua corrente). Oltre una certa quota (circa 1800 / 2000 metri) è sconsigliabile rifornirsi di acqua, a causa della quantità di residui calcarei presenti, anche se, in condizioni fisiche normali e per un consumo sporadico, come durante un'escursione, non vi sono rischi reali per la salute.
I Ponti di Piateda di Marino Amonini
PONTE DEL NAVETT 1
I ponti che collegano Piateda alla sponda destra dell'Adda in prossimità della tangenziale sono, dalla loro costruzione, sempre stati familiarmente chiamati del navett. Fino al 1870 infatti in quella zona erano ubicati i navett, chiatte che traghettavano uomini, animali e cose degli abitanti di Piateda e Faedo e delle valli aldilà dell'Adda, al sulif ("posto al sole") e verso Sondrio. Per questo trasferimento il barcaiolo chiedeva 10 centesimi per persona e 10 per il carico, fosse legna, farina o vino. Il Toni Molinari, Santì, di Busteggia, campato fino a quasi cent'anni, portava a Sondrio 8 pesi - 80 kg. di legna - la vendeva a 1 lira e pagava 20 centesimi di navett. Dopo quella data fu costruito un ponte in tronchi ed assi di legno che permise un passaggio più agevole e senza pedaggio ma strutturalmente precario tant'è che la piena del 28 luglio 1902 se ne portò via una buona parte, stando al racconto dell'ultimo protagonista che vi passò in modo rocambolesco in piena notte, l'illustre professor Bruno Galli Valerio, celebre alpinista, cantore delle nostre Orobie e scopritore del talento alpinistico ed umano della nostra guida alpina Giovanni Bonomi di Agneda. Di quel ponte ci rimane una suggestiva cartolina, edita da Umberto Trinca di Sondrio ed una bella immagine del 1905, trovata nei carteggi del capomastro Omobono Cenini di Chiuro che curò la costruzione di un nuovo ponte in muratura accanto ai resti del vecchio ponte in legno.
PONTE DEL NAVETT 2
Nel 1905 fu affidato al capomastro Omobono Cenini di Chiuro, valente impresario che lasciò numerose testimonianze di capacità "muratoria", la costruzione di un nuovo ponte in cemento e sassi, in sostituzione del vecchio ponte in legno, ormai distrutto dal tempo. Quattro campate con tre piloni nel greto e due massicce teste sulle sponde, una carreggiata adeguata alla mobilità d'inizio '900 rappresentò ben presto la "modernità" e contese a quello di Boffetto il primato della comodità. La piena del 17 settembre 1960 ne minò la stabilità erodendo sotto la base dei piloni centrali che abbassandosi ne determinarono l'inagibilità.
Il vecchio ponte, da una cartolina d'epoca
In attesa della costruzione di un nuovo ponte fu rapidamente approntata una passerella pedonale in ferro i cui basamenti sono ancora visibili a lato dell'attuale ponte. Un discolo - leggasi matüsc - di Piateda, oggi cinquantenne, a quel tempo sfidava con il motorino le pattuglie della Stradale che stazionavano ai Trippi per gli abituali controlli. Incurante di essere palettato si faceva inseguire sul suo rombante Corsarino, attraversava la passerella, quindi si fermava per schernire gli agenti bloccati sull'altra sponda calando le braghe e mostrando la sua parte meno nobile. Legati a quel ponte ci sono i ricordi di tanti audaci di allora che si esibivano in coraggiosi tuffi perché l'Adda era Adda, ossia un fiume. Negli anni '70 fu abbattuto per lasciar posto all'attuale ponte.
PONTE DI VEDELLO
Immagini anni '20, opera di Giancarlo Messa, mostrano la presenza del ponte che unisce le due sponde del Caròn; una sola arcata, due muretti a proteggere lo stretto passaggio di persone ed animali che transitavano per le nostra valli. Poi venne la Falck che negli anni '30 costruì prima le palazzine poi la centrale di Vedèl e apportò qualche piccola miglioria anche al vecchio ponte. L'incredibile piena del 17 luglio 1987 - su Scàes caddero in 24 ore 305 mm. di pioggia e lo zero termico a 4000 mt. fece fondere i ghiacciai di Scàes e Porola - lo travolse.
Foto Redaelli
L'impeto delle acque spostò persino l'enorme masso che costituiva la testa lato sinistro, verso l'abitato di Vedèl. Difficile cubarne il volume ma sulla sua piazzola stazionava abitualmente un'utilitaria ed un cantun de grasa, ossia un bel mucchietto di letame. Per quel ponte passarono almeno cinque generazioni di caser, diretti con le loro mandrie al Vinina, Scigula, Dusel, Bulvesc, Zocc, Grass, Curnasc, Caron, Rodes; in una relazione di Ercole Bassi del 1890 su questi alpeggi stazionavano oltre 600 bovini. Del ponte restano numerose immagini tra le quali, vero scoop, quelle fortemente drammatiche di Marina Carrera sulla piena del Caròn e su gli ultimi istanti prima del collasso dello storico ponte.
PONTE DELLA PADELLA
A lato della carrozzabile che porta a Scàes, dove inizia il sentiero verso la casa dei guardiani e costeggiando l'invaso porta alla Mambretti un anonimo ponte oggi consente di ammirare le tracce di suggestive marmitte, rocce levigate dall'acqua e dalla storia. Un tempo nelle adiacenze la forra del Caròn era attraversata da un ponticello in tronchi, poi venne sostituito con un più sicuro manufatto in muratura. Erano i tempi del primo alpinismo verso le vette del gruppo Scàes - Redorta; il posto doveva essere suggestivo; dopo l'erta salita il sentiero spianava, e le magie dell'acqua catturavano lo sguardo per una breve sosta e perché no, una fotografia. Montagne molto frequentate anche dai pionieri dell'alpinismo, a cominciare dagli inglesi, le nostre Orobie vissero per un ventennio un pizzico di celebrità. Abbiamo così le immagini di Alfredo Corti, uno dei padri dell'alpinismo valtellinese, diventate anche splendide cartoline. Quelle datate 1902 lo riprendono nella sua veste di passerella in legno, quelle del 1916 mostrano un elegante ponte in muratura con il classico arco. Ci pensò poi Giancarlo Messa, proprietario della omonima Capanna, già Rifugio Enrico Guicciardi, eretto nel 1898 ad opera del C.A.I. Sezione Valtellinese, ad immortalarlo in pregevoli scatti con i propri familiari. I lavori attorno alla diga, tra il 1936 e 1939 ne decretarono la scomparsa.
PONTE DI AMBRIA
La mulattiera che da Vedèl portava in Ambria serpeggiava sui strapiombanti prati e rocce che si affacciavano nella gola del Venina; dove cominciava a spianare questa attraversava il torrente su un ponte ad arco in muratura gettato tra due contrafforti di roccia; essenziale, rude, solido, senza tante pretese architettoniche. La necessaria sosta sui muretti per tirare il fiato faceva pregustare di essere quasi arrivati in Ambria. Una foto di Giancarlo Messa, con due cacciatori in bella posa ci restituiscono il ricordo non solo del ponte ma anche della bella portata del torrente prima che le captazioni idroelettriche lo rendessero anemico. Per quella mulattiera transitarono tutti gli abitanti d'Ambria e centinaia di lavoratori impegnati nei cantieri dell'alta Val Venina alla costruzione della diga prima che si realizzassero i piani inclinati e le decoville che consentirono poi di erigere gli imponenti archi multipli, vero primato mondiale d'ingegneria per quei tempi. Prima ancora di lì passavano le some del minerale ferroso che si estraevano dalle vene di siderite ancor oggi visibili in fondo alla Val Venina, nelle adiacenze del passo che porta in bergamasca. Enormi fatiche per magre risorse. Negli anni '60 la trasformazione della mulattiera per consentirne il transito veicolare ne determinò la distruzione per far posto ad un ponte d'insignificante aspetto e di dubbia funzionalità vista la chicane che disegna il tracciato odierno.
PONTE DEL SERIO
Oggi risalire il corso del Serio è quanto di più suggestivo si possa cogliere per dettagli, sfumature e colori; occorre anche adeguata prudenza perché in vari punti l'insidia di cadere dentro una pozza o di scivolare sulle rocce è ben reale e la tragedia può essere sempre in agguato. Oggi il torrente per gran parte dell'anno è ridotto a modesto rivolo d'acqua e quindi attraversabile in tanti punti anche se il terrificante ricordo del luglio '87 costituisce un monito per tutti. In passato per attraversarlo c'erano vari ponticelli in legno e quello in muratura, ad arco, posto qualche decina di metri sotto l'attuale ponte della dismessa decouville che dal Gaggio porta alla Centrale d'Armisa passando per Briotti. Ardito collegamento tra due ripidissime sponde per molti anni svolse un insostituibile ruolo; decadde negli anni '20 per la costruzione dell'adiacente ponte ferrato e fu cancellato dalla tumultuosa piena del 17 luglio 1987 che sconvolse l'intera valle del Serio a partire dall'Armisola fino alla disastrata Valbona, frazione tra le più massacrata dalla furia dell'acqua e dalla ganda. Vale anche per questo ponte l'epitaffio; visse una vita magra, morì per una piena. Molti lo ricordano, rarissime le immagini che documentino la sua presenza, seminascosta com'era dalla fitta vegetazione.
PONTI DEL CANALE BOFFETTO
Benchè tutti e tre i ponti siano in piena salute, con una modifica strutturale solo per quello percorso dalla strada provinciale le immagini del 19 maggio 1919, con la prima acqua immessa nel canale della centrale, ci mostrano uno scorcio di Piateda poco familiare. Il cantiere, il canale fresco di costruzione, le baracche in cui dimoravano i prigionieri austriaci - bottino del primo conflitto mondiale - che concorsero alla costruzione degli argini ed alla bonifica della zona golenale dell'Adda, ci riportano molto indietro nel tempo. Mentre sull' Adamello, allo Stelvio e tanti altri fronti i nostri bisnonni scrivevano pagine eroiche, Piateda era un grande cantiere per la costruzione della presa del Baghetto, del canale per portare l'acqua alle fiammanti turbine Francis della centrale Boffetto. L'epigrafe perimetrale sopra i finestroni ce lo ricorda: Con fede/ nei destini/ della Patria/ con forte/ volontà/ eretta tra le ansie di guerra/ a preparare/ la vittoria/ dell'Italia/ anche nelle/ opere di pace. Tre ponti per 600 mt. di canale rappresentano una singolare densità per un territorio per la verità non intensamente abitato. Rappresentano altresì un modello di opere ben fatte; la loro integrità strutturale dopo oltre ottantanni di impeccabile servizio testimoniano le capacità ed una mentalità ben diversa da quella attuale dove false economie, fretta e ingessature burocratiche fanno partire i lavori per …la tangente.
PONTE DI BOFFETTO
"La sera del 12 luglio (1635), ricevuto il rinforzo di due reggimenti svizzeri, fece avanzare su Sondrio il Du Landè con la colonna, mentre lui ( il Duca di Rohan) si portò attraverso il ponte di Boffetto sulla riva sinistra dell'Adda col grosso dell'esercito (francese) e si accampò nella piana di Piateda pronto a sferrar l'attacco in direzione di Albosaggia, Caiolo e Fusine per accerchiare gli avversari (spagnoli). Già questo passo di un volume di storia evidenzia l'importanza che il ponte ebbe per il borgo; aggiunge il Prof. Garbellini: Furono infatti, fin dalle origini, l'Adda e il suo ponte, il centro di Boffetto, anzi la ragione della sua nascita e della sua fortuna quando la "febbre del ferro" attirò i signori feudali sulle Orobie alla ricerca del prezioso metallo per alimentare i loro insaziabili odi.
Il ponte divenne allora luogo di traffici intensi; si innalzaroro castelli a sua difesa, si costruirono fucine per la lavorazione del ferro; il paese si sviluppò tanto da assurgere a comune autonomo con propri ordinamenti. E proprio il Cap. 31 di questi ordinamenti del 1799 recita: "Si ordina, e Comanda a qual si sia Persona tanto Terriera come Forestiere non ardisca levar legnami, sassi nel Ponte del Bofetto, o nel muro ivi cominciando alle Case sino al Crappo della Crosetta sotto pena di scudi 6 per ogni contrafazione aplicabili al Decano, Comunità o Cusatore". Molta acqua è passata sotto quel ponte; oggi si passa distrattamente curando solo di non sfrisare l'auto o fare un botto contro gli angusti passaggi: se per qualche istante ci soffermiamo ad osservare respiriamo il sapore della storia. Anche quella tragica della caccia alle streghe quando il ponte visse giorni d'inenarrabile ferocia durante la rivolta contro i Grigioni del 1620, allorché scalmanati cattolici, accecati dal furore, sorpresero due donne riformate in fuga, le gettarono dall'alto del ponte nel fiume assieme al loro conducente e trucidarono barbaramente cinque malcapitati giovani protestanti.
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