Gli alpeggi


 

 

  

 

 

 

Gli alpeggi sono legati all'antichissimo fenomeno della transumanza del bestiame, che in Valtellina non è così vistoso come in alcune zone dell'Italia Centrale, perché si integra nella logica economica di ogni singola realtà locale.  L'alpeggio sta sopra il paese, è collegato da qualche ora al massimo di cammino, e non è in altre provincie o regioni.

La transumanza forniva (e in alcuni casi lo fornisce ancor oggi), un'importante quota del reddito famigliare agli allevatori.  E siccome mezzo secolo fa gli abitanti delle Orobie erano praticamente tutti allevatori-contadini, gli alpeggi erano fiorenti e molto curati.

La vita negli alpeggi è stata descritta in molti libri sull'argomento.  Non vogliamo qui pertanto dilungarci, ma solo fermarci a pochi accenni. 

Gli alpeggi venivano "caricati" appena l'erba dei pascoli era pronta, in genere verso la metà di giugno, ed abbandonati appena prima delle prime nevicate, quando l'erba era ormai tutta brucata (a settembre) .

La vita negli alpeggi era molto dura.  Prima di tutto bisognava arrivarvi e possibilmente senza che accadesse nulla di male alle bestie.  Pertanto i sentieri di accesso necessitavano di continua manutenzione e cura, muri di sostegno, selciatura, ecc.  Bisognava trasportare in alto, a spalle di cristiano o di mulo, tutto quello che serviva alla sopravvivenza, le suppellettili, le caldére per la lavorazione del formaggio, le zangole per il burro, il fasciame per gli stampi di formaggio, i secchi per la mungitura, le mille cose insomma che servivano allo scopo.

 

Pastori all'Alpe Venina - Foto Lucini

 

Poi bisognava procurarsi la legna per gli scopi domestici: scaldare il latte per fare il formaggio, per cucinare.  Il territorio da pascolare veniva poi suddiviso in porzioni, da sfruttare con scrupolo e attenzione, perché l'erba non era una risorsa illimitata, come praticamente lo è oggi.  Bisognava anche ripulire i pascoli da residui di legni e sassi trascinati dalle slavine primaverili.  I sassi venivano ammonticchiati in muretti possibilmente regolari (műràchi), visibili tutt'oggi (ad esempio in alta Val Venina) o usati come sostegno per sentieri o terrazzamenti.  Quando poi una porzione di pascolo veniva abbandonata e il bestiame trasferito, bisognava, muniti di santa pazienza e un forcone (triènza) individuare gli abbondanti escrementi delle bestie e sbriciolarli, in maniera che il terreno si concimasse e l'erba potesse ricrescere rigogliosa.

 

I preamboli alla venuta delle mandrie: si portano gli attrezzi - Foto Amonini

 

Vi erano poi le operazioni indispensabili giornalmente, come l'abbeveraggio del bestiame in apposite pozze ricavate lungo ruscelli dove l'acqua non fosse troppo fredda.  Bisognava provvedere alla mungitura in loco (in posizioni a volte molto scomode) e portare il latte alla casèra dell'alpeggio per la lavorazione, pesarlo fino a quando la propria quota consentiva  il ritiro della produzione collettiva di un'intera giornata; quando la quota era raggiunta, il singolo contadino lavorava il latte dell'intera produzione giornaliera e faceva il burro e il formaggio di sua produzione.  Bisognava pertanto, giornalmente, provvedere alla lavorazione, collocare i formaggi negli appositi spazi per la salatura e la stagionatura.  Si doveva poi portare il burro a valle, per il consumo e la vendita.  Il formaggio invece veniva portato a valle soltanto a fine transumanza.

 

I formaggi alla Casera Vecchia di Val Venina - Foto Amonini

 

L'alpeggio insomma, abbisognava di molte braccia per le mille cure di cui necessitava, ed era organizzato in ogni minimo particolare, da usanze e consuetudini che si tramandavano da qualche secolo.  Gli alpeggi erano pertanto frequentatissimi.  Ogni persona aveva un ruolo preciso, nell'ambito di un'organizzazione del lavoro abbastanza rigida e gerarchica.  I ragazzini e i cani (animale insostituibile per il pastore) custodivano il gregge e provvedevano ai lavori meno specializzati (ma altrettanto duri di quelli dei grandi).  I casari si occupavano della lavorazione del latte e del burro, i pastori della cura degli animali infermi o azzoppati, degli spostamenti di gruppi di bestie per far bruicare meglio l'alpeggio, dei collegamenti con il paese, dei rifornimenti.  Gli anziani erano tenuti in gran conto, per la loro esperienza, che nel caso della lavorazione del latte e della cura degli animali, non bastava mai.  Chi passa ancora oggi per l'alpeggio di Scìgula, o di Rodes può notare nei pressi della casèra, i ruderi dei casotti che, adeguatamente coperti di lamiere o speciali teli di lana grezza e impermeabile (pelòrsh), fornivano da riparo ai pastori che pernottavano.

 

Casera di Rodes.  Si notano, dietro, i ruderi dei ricoveri dei pastori. - Foto Lucini

 

Stalla nell'alpeggio di Zoc.  Si noti, a sinistra nella foto, un ulteriore riparo per le capre ricavato da un masso sporgente, mentre nell'angolo destro in alto, è appena visibile in lontananza un ricovero all'aperto per le mucche  - Foto Lucini

 

In alcuni casi i prodotti della prima lavorazione (cagiàda) venivano destinati alla parrocchia, per il sostentamento del prete (era un retaggio della vecchia "decima" medioevale).  Ogni famiglia mandava qualcuno a partecipare ai lavori, a seconda delle bestie che venivano caricate.  Gli alpeggi erano (e sono) di proprietà del Comune, e ciascuno provvedeva poi al pagamento della transumanza al Comune, in proporzione sempre alle bestie collocate.

 

Oggi gli alpeggi sono quasi abbandonati.  Soltanto pochi allevatori, e per pochi mesi all'anno, si dedicano all'alpeggio.  Non possono però dedicarvi l'attenzione necessaria e pertanto gli alpeggi sono anch'essi in lento declino.  Vi sono contadini che ancora (ma forse non per molto) si recano sugli alpeggi più comodi da raggiungere, mentre quelli fuorimano o problematici (carenza d'acqua, terreno eccessivamente ripido, ecc.) sono da decenni abbandonati.  Sempre meno dono gli animali, che non riescono più a brucare tutta l'estensione dei pascoli e questo comporta un rischio, per la stabilità del terreno, che non è da sottovalutare.  In talune realtà, ad esempio a Cortina d'Ampezzo, sono gli stessi albergatori che hanno organizzato grandi greggi di ovini, lasciandole alle cure di salariati o di pastori autonomi, per far brucare i pascoli e salvaguardare non solo l'identità del paesaggio (Cortina senza prati sarebbe irriconoscibile), ma anche per garantire la sicurezza.  Per quanto ne sappiamo però, pochi sono ancora i pastori e i casari di età relativamente giovane (è impensabile che un giovane di 20 / 30 anni, si adatti a quel genere di vita, a meno che non abbia una vera e propria passione per gli animali, cosa non molto frequente) e pertanto se non si provvede in qualche modo, la sorte delle Orobie sarà irrimediabilmente segnata da importanti mutamenti.

 

Gli alpeggi pertanto, dovranno trovare prima o poi un'adeguata ri-collocazione nell'ambito di un progetto di utilizzo del territorio, magari come rifugi o bivacchi dove non è più possibile l'allevamento, o magari con un programma di rilancio della pastorizia e di sfruttamento integrato della montagna, ma questo non sta a noi dirlo (anche se ce lo auguriamo di cuore).  La vista di importanti casère abbandonate, come ad esempio la Casera Nuova, in Val Venina (di proprietà della ditta Falk, poi Sondel e infine FIAT Energia - se non andiamo errando- che è proprietaria anche della diga di Venina), mette infatti di gran malumore: una grande risorsa sciupata in quel modo...

  


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