Boschi e pinete


 

 

 

 

 

 

  

Una delle caratteristiche più importanti delle Orobie, è l'enorme estensione dei boschi di latifoglie e di conifere, che non abbiamo misurato in Kmq, ma che, possiamo dire con sicurezza, rappresenti di gran lunga la maggior porzione del territorio.  I boschi infatti si sviluppano già dal piano, a 300 metri di altezza, fino ai pascoli degli alpeggi, a 1800 - 1900 metri di altezza, ininterrottamente, se si escludono le porzioni di territorio coltivato a maggengo (prati - ora in regressione, a causa della penuria di bestiame) e ovviamente gli insediamenti e i borghi, che di solito sono attorniati da prati e campicelli.  In molte località orobiche, il bosco inizia presso le case, e le nasconde alla vista dal fondovalle.  In altri casi, il bosco inizia alle spalle delle case abitate, costruite in una stretta striscia di terra ai piedi del pendio montano.  Fuori di casa insomma, si è subito immersi nel verde delle selve, in una situazione pertanto inimmaginabile per chi abita in città - e che, forse, noi residenti non sappiamo apprezzare del tutto, essendovi abituati.

 

 

I boschi di latifoglie si spingono fino a circa 1000 - 1200 metri di quota; più oltre iniziano le estensioni di conifere (abeti, larici, pini), fino a 1800 - 19000 metri circa, a seconda delle caratteristiche del terreno e dell'esposizione al sole.  Abbiamo poi, in alcuni casi, una striscia di pendìo colonizzata dagli arbusti di alta montagna come il pino mugo o il ginepro, e infine i pascoli alti, che si estendono a volte fino alle rocce delle elevazioni estreme, a 2500 metri e oltre

La pianta principe del bosco di latifoglie è il castagno, un tempo coltivato come una delle principali risorse alimentari. Il castagno e le altre latifoglie tipiche (il rovere, il faggio, l'ontano, la betulla - che però non è molto presente a basse quote), coprono pertanto la zona nella quale, anticamente, era situata le residenze stabile degli abitanti del luogo che, a parte alcune importanti abitati,  erano dislocate in piccoli centri di montagna, o in casolari isolati.  Alcune località, a volte veri e propri paesi con importanti insediamenti, cimitero, luogo di culto, luoghi di ritrovo, scuole, sono ora per la maggior parte disabitati in inverno.  Le abitazioni e i paesi erano così frammentati e dislocati, proprio perché la caratteristica morfologica del territorio non permetteva la concentrazione in grandi borgate.  Le scuole pubbliche erano pertanto collocate, nei primi decenni del secolo scorso, nelle borgate più popolose e collocate sulle principali vie di comunicazione.  Immaginiamo pertanto la vita di allora e il ruolo del bosco, nella giornata dei bambini che, ad esempio, nei mesi di aprile e maggio, dovevano giornalmente percorrere a piedi un tragitto da Burnìik o da Bessega (800 - 900 metri) fino al piano (300 m.) per andare a scuola, e ovviamente ritornare, perché in aprile-maggio le famiglie si trasferivano con le bestie nei maggenghi più bassi per poter alimentare il bestiame con il fieno messo da parte l'anno prima.

Questi tragitti si facevano nei boschi, per scorciatoie veloci, veri e propri sentieri, anche comodi (che ancora si possono agevolmente rintracciare), con tempi di percorrenza che oggigiorno sarebbero considerati da competizione.  Ora questi sentieri si stanno pian piano richiudendo; rimangono soltanto i sentieri acciottolati - dove erba e piante non crescono facilmente - e il bosco conquista sempre più spazi dapprima coltivati e praticati.  

 

 

Dire infatti "bosco", non rende l'idea di "selva".  La selva non è altro che il bosco pulito dalle foglie e dalle pianticelle troppo deboli per diventare piante da legna o da costruzione, e coltivato a prato, dove possibile.  L'erba tagliata nelle selve era poi portata a spalle in un luogo aperto, dove poteva essiccare e servire da foraggio per i mesi invernali.  Fino a 7 / 800 metri, sarebbe allora più corretto parlare di "selve", che in buona parte esistono ancora, specie nelle strisce di terreno situate presso le strade accessibili ai mezzi agricoli.

Nulla veniva sprecato del bosco: l'economia contadina infatti si regge sull'utilizzo di ogni cosa offerta dalla natura.  I castagni venivano scrupolosamente innestati con le migliori qualità di frutti, potati, curati in modo che crescessero ben diritti e robusti (il legname di castagno serviva soprattutto per la costruzione di mobili e carpenteria, mentre i rami sono ottima legna da ardere).  Il castagno tende a formare dei gruppi di piante, l'una vicina all'altra, che però si sottraggono vicendevolmente lo spazio vitale: il contadino allora interveniva al momento giusto per sfoltire, selezionare ed assicurarsi la crescita di alberi pregiati.  I rami bassi  poi, venivano con cura tagliati, in modo che non dessero fastidio e che la pianta fosse al massimo delle sue forze.  In autunno si raccoglievano e si sgusciavano i ricci di castagna.  I frutti venivano poi consumati in vario modo: caldarroste o brasché(r), bollite (ferűda) o essiccate in speciali ambienti (gràat) per essere impiegate come alimento a inverno inoltrato o per farne farina di castagne.

La selva veniva poi scrupolosamente ripulita dalle foglie secche, sia per consentire la ricrescita dell'erba, sia perché il fogliame veniva utilizzato come lettiera per le bestie. 

 

Foglie da lettiera - Vermaglio - Foto Lucini

 

Non si con osceva l'uso della paglia, che è un prodotto tipico della Pianura Padana e importato solo negli ultimi decenni del secolo scorso.  La raccolta del fogliame è abbastanza faticosa e necessita della cooperazione di più persone, per essere redditizia.  Peraltro, laddove non si poteva giungere con un mulo e un carro, bisognava trasportare il fogliame a spalla.  Questa attività pertanto divenne ben presto non più remunerativa e fu abbandonata.  Da lì cominciò la lenta trasformazione della selva in bosco, che si accelerò con l'abbandono del riscaldamento a legna, poco usato nelle case moderne.  Senza la necessità di curare il bosco per procurarsi la legna da ardere e il fogliame, il bosco cominciò il suo lento declino, rotto soltanto a tarda estate dai (troppi) raccoglitori di funghi - che, spesso, dove passano lasciano una scia di disordine, perché "scavano" fra il fogliame, alla ricerca di funghi, sconvolgendo il processo di naturale assestamento del bosco.

Siamo pertanto di fronte a un ambiente che per secoli è stato scrupolosamente curato dall'uomo e in pochi decenni ormai quasi abbandonato, e quindi siamo di fronte a un ambiente in trasformazione.

 

 

Un ambiente però non contaminato e godibile nella sua tranquillità, percorso da innumerevoli sentieri e camminamenti che non potremo ovviamente illustrare in toto nel sito.  Un luogo ideale dunque, a pochi minuti d'auto dalla statale 38, per poter fare una passeggiata, magari una merenda al sacco, curiosando nelle selve costellate di vecchi ruderi di abitazioni, cascine, stalle, fienili, ricoveri provvisori, che testimoniano l'assidua cura che in tempi antichi si doveva dedicare alle selve, per poter sopravvivere.

 

 

Boschi e selve erano poi un'importante risorsa per legna e legame da opera.  La betulla ad esempio, essendo un legno leggero ma consistente e flessibile, veniva impiegata per la costruzione di gerle e cesti intrecciati, o per la fabbricazione di utensili in legno (piatti, cucchiai di legno, i ciapèi - specie di fondine o ciotole - la spiàna, una ciotola molto piatta per scremare il latte - ecc.  Un ramo di betulla appositamente fissata a un anello e a un cuneo (ficiòr), poteva servire da corda per trainare un tronco.  Il rovere (rùgul), una varietà di quercia (il querciòlo), veniva impiegato per la costruzione delle botti (ora in vetroresina) e altri utensili; le ghiande erano date come alimento ai maiali.  Il noce, un tempo molto diffuso e ancor oggi presente, forniva un ottimo integratore alimentare (la noce è anche il frutto-base per il dolce tipico del luogo, il panù, o la bisciöla, ossia pane con noci, uva passa, fichi secchi, a volte castagne e nocciole) e un legno molto pregiato per arredamento. La legna da ardere veniva assicurata anche da altre piante, come il ciliegio selvatico (abbastanza diffuso), il nocciolo, il frassino (utile anche per la costruzione di impugnature in legno per scuri o altri utensili), alcune varietà di ontano, i rami e gli scarti delle conifere (usate come legno da opera).  Non molto diffusi sono i faggi, il pioppo, la robinia.

Immenso dunque era l'apporto del bosco all'economia antica.

  

 

In alto, intorno ai 1200 - 1300 metri di altitudine, iniziano le grandi estensioni di conifere, che formano una fascia ininterrotta lungo tutte le Orobie.  I boschi di conifera, per la quasi totalità, sono di proprietà comunale, mentre i boschi di latifoglie sono divisi in appezzamenti privati.   La conifera è il legname principale, ancora oggi, per la costruzione di mobili, e un tempo per la carpenteria e le attrezzature da cantiere edile (punteggi, tavolame, ecc.), proprio per la facilità con la quale si può lavorare, l'alta resa del legname (molto dritto e di relativamente ampia circonferenza), la sua relativa leggerezza rispetto ad altri legni.  Il pino e l'abete sono i legni più usati per l'arredamento.  Il larice invece, opportunamente stagionato, serviva per i serramenti e i pavimenti, data la sua resistenza.  Quanto alla resa termica, il legno delle conifere non è altrettanto pregiato come i legni delle latifoglie, a parte la ramaglia grossa.

Anche il bosco di conifere era scrupolosamente curato, in tempi passati.  Gli alberi venivano con cura privati dei rami più bassi, sino a considerevole altezza, per favorire la crescita di legname di qualità.  Le piante più piccole, che non avevano spazio per la crescita, venivano subito estirpate o tagliate, oppure venivano lasciate crescere laddove dovevano prendere il posto del legname abbattuto.  Il taglio era selettivo, per non compromettere l'ecosistema ambientale.  Il legname veniva poi trascinato a valle convogliato in apposite piste dove poteva scorrere velocemente (se ne possono notare ancora le tracce, in molti punti) sino a un sentiero importante, dove poi poteva essere trascinato sino a destinazione dai muli. 

 

Tipica pista per la legna - Foto Lucini

 

Il bosco di alta montagna, così curato, assomigliava anche soltanto 30 o 40 anni or sono, a un salotto con tanto di moquette fatta dagli aghi di conifera.  Sotto le conifere infatti cresce poco sottobosco, se si esclude l'arbusto del mirtillo e qualche altra specie di erba, proprio a causa degli aghi di pino e di abete.

L'ambiente delle conifere è ancor oggi molto gradevole da frequentare, per l'intensa ombra, la frescura, il silenzio che vi regna, rotto soltanto dal leggero sibilo delle folate di vento fra le fronde.


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