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Le colture alimentari
Il modello economico antico, fino all'arrivo dell'industrializzazione (anche se molto contenuta, in Valtellina) era essenzialmente un modello chiuso. Il danaro scarseggiava e veniva usato solo per gli acquisti importanti: una mucca, un mulo, un pezzo di terra. Per il resto ogni comunità era quasi autonoma. Frequente era il baratto, anche del tempo (scambio di giornate di lavoro), o di prodotti per prestazioni (ad esempio una parte di farina al padrone del molino dove si macinava il grano) ma tendenzialmente ogni famiglia cercava di essere il più possibile autonoma, dal punto di vista alimentare. L'autonomia alimentare era principalmente incentrata sul bosco e sui campi. Il bosco forniva la castagna, alimento fra i principali: senza castagne forse non era possibile vivere in questi luoghi. Ma poi c'erano i campi. Le coltivazioni più importanti erano il mais e la patata. Segala e grano saraceno erano coltivate ma in misura inferiore, e importate da altri paesi retici come Chiuro o Teglio. Il mais veniva piantato a filari dopo l'aratura del campo (aprile a fondo valle e maggio più in alto) in piccole buche poco profonde fatte dalla pressione di un bastone sul terreno. Poi a fine primavera, quando ormai la pianta raggiungeva i 30 / 40 cm, il contadino provvedeva alla selezione delle piante, in modo che fossero ben distribuite e potessero produrre un frutto di buona qualità; il terreno veniva zappato in modo da formare tanti filari di terra, al sommo dei quali spuntavano le piantine. A ottobre venivano poi raccolte le pannocchie mature, ripulite dalla loro foglia e sgranate. I chicchi venivano poi macinati lungo l'inverno. Anche le patate erano seminate a primavera, possibilmente con una semina che veniva da campi più alti. Potevano essere piantate anche fra i filari delle viti, se abbastanza larghi. Fra un palo di sostegno e l'altro invece talvolta venivano piantate le verze. Lungo i perimetri dei campi e dei vigneti venivano seminati i fagioli: quelli da consumare freschi, quelli da far seccare per l'inverno. Oppure qualche zucchino e qualche zucca. Nell'orto di casa, qualche metro di terreno recintato perché le galline non vi entrassero, si seminavano carote, cipolle, coste, spinaci, sedano, porro, basilico, prezzemolo e i pochi aromi, qualche rapanello, qualche piantina di pomodoro. Molte verdure di uso comune erano però anche raccolte nei prati e nei boschi (oggi purtroppo non conosciamo quasi più queste erbe, ed è però nostra intenzione ricostruire anche questa parte di memoria). Un'alimentazione dunque abbastanza equilibrata in carboidrati, fibre, vitamine, grassi animali (burro), ma povera di proteine, poiché la carne non era un piatto usuale. Anche le uova non abbondavano: si preferiva venderle per ricavarne qualche spicciolo. Si mangiava poca carne fresca, in gran parte carne bianca, e si ripiegava sugli insaccati (salami, salsicce, mortadelle, sanguinacci, coppa, tutti derivati dal maiale con l'apporto, nelle salsicce e nei salami, di carne magra - capra, manzo o asino). Relativamente conosciute erano pertanto le malattie causate dalla cattiva alimentazione, oggi praticamente scomparse, per lasciar posto al diabete, la malattia causata da fattori opposti. In estate, a iniziare da maggio, si poteva contare anche sulla frutta fresca. Diffusi erano il ciliegio (praticamente in ogni maggengo esistono grandi piante di ciliegio), il pero, il melo, il pesco, il fico, il noce, il nocciolo, piante coltivate anche ai nostri giorni. Oggi le colture si sono di molto ridotte. Nei luoghi alti, le vecchie borgate abbandonate, sono quasi del tutto scomparse. I campi sono di molto ridimensionati e al loro posto sono subentrati i prati o, lungo i pendii, le selve e i boschi. Quando i vecchi mulini che ancora esistono cesseranno di operare, anch'esse lentamente spariranno lasciando il posto ai prati, che forse a loro volta diventeranno bosco quando nessuno farà più l'allevatore. In questo lento e impercettibile mutamento sta il senso di un cambiamento più radicale nelle nostre abitudini, ossia, c'è una relazione fra il mutare dell'ambiente e il mutare del nostro stesso sistema di vita. Se qualcuno, risalendo la Valtellina in treno da Colico, negli anni '60, avesse girato un lungo film e lo rigirasse oggi, potrebbe notare le enormi differenze di paesaggio. Se prima fino a 700 / 800 metri gli specchi prativi e le coltivazioni di vite la facevano da padroni, interrotti da qualche selva, oggi è esattamente l'opposto. Il fenomeno ha investito anche la zona retica, ma in maniera molto inferiore perché la coltivazione della vite e il riconoscimento di zona DOC hanno di molto frenato l'impatto. Questo cambiamento del paesaggio coincide con un cambiamento delle abitudini: da contadini si è diventati operai, impiegati, professionisti che lavorano la terra per diletto o per passare il tempo, o semplicemente per il gusto di assaporare qualcosa che viene direttamente dalla propria cura - ossia, quel "residuo di anima contadina" che, poco o tanto, il valtellinese ancora conserva nel suo inconscio collettivo. Pertanto, il segno del nostro mutamento è un segno che si incide nella terra stessa, nel paesaggio. Ed è bene averne memoria, prima che diventi troppo tardi per ricostruirla - perché anche la memoria è qualcosa che si tramanda, non soltanto i geni o i beni o i patrimoni. E perché impoverimento non è soltanto la mancanza di lavoro e risorse, ma anche l'incapacità di usare le risorse che si hanno a disposizione (immense, quelle della montagna) per mancanza di progetti e iniziative.
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