Ambria - Baita di Sulghera (2182)

             

            

           

Periodo utile: maggio- innevamento

Dislivello: m. 850 c.a.

Difficoltà: nessuna

Tempo di percorrenza: circa 7, col ritorno.

Attrezzatura: scarponi da montagna, abbigliamento comodo e adatto alla quota.

 

  

 

 

La baita di Sulghera è un antico alpeggio, il più alto in quota fra quelli del Comune di Piateda, ormai abbandonato da molto tempo.  Già nel primo dopoguerra non era più usato come cascina stabile e attrezzata.  La particolarità di questa struttura sta a nostro avviso nella sua posizione (è infatti vicina al sentiero che porta al P.so di Scoltador e permette di abbreviare la discesa dallo Scontador ad Ambria di più di mezz'ora) e per il fatto che può rappresentare un valido rifugio in caso di maltempo, anche se non vi si potrebbe passare la notte (non c'è legna e il pavimento è di terra umida).  Così com'è ora, basterebbe un piccolo intervento di ristrutturazione per renderla perlomeno sicura ed arrestare la devastazione del tempo che in ogni caso ha lasciato le sue tracce.

Una ulteriore particolarità di questa struttura, peraltro comune ad alcune (poche) costruzioni delle prealpi orobiche, sta nella soluzione tecnico-architettonica (a nostro avviso la migliore per costruzioni di questo tipo, esposte a questo clima e a queste particolari condizioni ambientali) adottata per la copertura del tetto.  Un esempio architettonico prezioso, perché ci parla di una tecnica che viene addirittura dalla preistoria, e precisamente dal neolitico.  Gli antichi liguri ad esempio (dei quali si sono trovate testimonianze anche a Bormio) conoscevano ed adottavano questa tecnica costruendo le caselle, sorta di piccoli rifugi in muratura a secco.

 

Ma torniamo al nostro percorso, che nella sua prima parte si sviluppa da Ambria fino al Lago di Venina, come altrove abbiamo già descritto.  Per giungere alla baita di Sulghera si potrebbe salire da un vecchio sentiero che parte dalla Casera Vecchia, oppure da un successivo che parte dal rudere di un vecchio ricovero per le vacche, ma abbiamo preferito questo itinerario, un po' più lungo, perché sale più comodamente e, soprattutto, perché i sentieri si trovano facilmente e si individuano a vista da lontano.

Giunti alla Casera Nuova (o Baita dei Maghi, a quota 2017), si segue il sentiero (segnato) ancora per poche centinaia di metri in direzione della Miniera del Ferro e, appena sopra alla costruzione, quando il sentiero svolta dietro un dosso perdendo di vista la costruzione stessa, invece di girare a sinistra si piega verso destra, verso il torrente Venina, che nasce poco sopra.

 

 

 Le due immagini mostrano la traccia che si segue, dove svolta il sentiero, scendendo verso il torrente (che nella foto appare nel circolo rosso).  In quel punto il torrente mostra un passaggio, che però è praticabile solo nei periodi di magra (da agosto in poi - foto sotto).  Appena dopo, sulla sinistra, si sale quella lingua di prativo che si vede nella foro, sino a raggiungere il sentiero 30 metri sopra.  Se non è praticabile l'attraversamento in quel punto, bisogna risalire più a monte e cercare un guado.

 

 

Si attraversa il Venina dove c'è una presa d'acqua il cemento (vedi foto sopra) e subito dopo si risale a sinistra a zig zag lungo una lingua di pascolo che scende fra la morena, fino ad incrontrare il sentiero che porta alla Baita di Sulghera, un sentiero molto ampio e ben fatto, visibilissimo ad occhio nudo anche dalla Casera Nuova.  Il punto dove noi prendiamo il sentiero, non è il suo inizio, perché esso procede oltre sulla sinistra, fino ad incontrare quello che scende dal Passo Scoltador (Gran Via delle Orobie) ed arriva alle Miniere del Ferro.

La direzione per la Baita di Sulghera è verso Est, seguendo l'ampio e comodo sentiero.  Ogni tanto vi sono dei cespugli, degli arbusti, che sono cresciuti nel tempo ed hanno ostruito il sentiero, in quel caso vi sono però anche percorsi alternativi, tracciati dagli animali (capre e camosci) che ci permettono di proseguire senza difficoltà.  Il tracciato sale regolare e con gradualità, così che se dovesse capitare (come il alcuni punti capita) di doverlo perdere a causa della vegetazione, non dobbiamo che seguire la pendenza regolare del tracciato per ritrovarlo immediatamente e senza problemi.

Dopo una mezz'oretta circa si attraversa un torrente di notevole portata, che però abbiamo trovato asciutto (siamo alla fine di settembre). 

Subito dopo il torrente, sempre lungo il sentiero, si eleva un piccolo dosso che bisogna salire (20 / 30 metri di dislivello).  Qui il sentiero scende lievemente e poi risale verso la Baita di Sulghera più avanti (si ricongiunge al sentiero che va al Passo di Sulghera e che viene dalla Casera Vecchia di Val Venina.  Noi abbiamo preferito tagliare lungo il facile crinale del dosso, approfittando di alcune comode tracce.

 

Sulla sinistra, nell'avvallamento, si vede il letto del torrente appena superato.  Qui siamo sul crinale del dosso

 

Questa foto è scattata dal P.zo Brandà,  proprio di fronte alla Sulghera.  Il tracciato in blu indica il sentiero normale, la serpentina in rosso percorso breve che si sale facilmente, il circolino in bianco il punto nel quale il sentiero comincia a scendere lievemente per poi risalire più avanti.  Si nota a sinistra il letto del torrente in secca.

 

La cascina appare di colpo, superato il dosso.  E' una costruzione che sembra in rovina (ed in effetti lo è), ma nelle sue condizioni generali non è messa male.  Gli ampi e solidi muri a secco perimetrali sono sormontati da un sistema di lastroni di pietra a scalare, che sfruttano il loro stesso peso per stabilizzarsi e coprire il vuoto dell'interno.  I lastroni che poggiano sul perimetro del muro a secco sono più massicci e man mano che la copertura sale e si stringe in una specie di volta, più sottili.  La spinta dei lastroni sui muri deve essere enorme, ed è per questo che la parte superiore (che è anche quella franata all'interno) deve essere sottile: per impedire che il tutto si apra e rovini sotto l'azione della forza di gravità. Parte della copertura è franata all'interno, ma parte regge e mostra di essere molto solida.  I muri esperni infatti sono molto regolari e perfettamente a piombo.  L'insieme poi, si innesta nel pendio soprastante, di modo che, vista dall'alto, la costruzione sembrerebbe un mucchio di pietre.

 

Basterebbe un piccolo intervento di ristrutturazione per impedire che la struttura, che inizia a sfaldarsi, degeneri in rovina: una squadretta di volontari con un geometra (è appunto il Sig. Gaburri di Piateda, geometra, che ci ha dato l'idea di visitare questa costruzione) si metta all'opera e in una giornata le cose si metterebbero a posto.  Si potrebbe dire: a che pro?  Si potrebbe rispondere: perché no?  In fin dei conti la piccola e "inutile" (ma non si può mai sapere...) baita della Sulghera è un monumento, a suo modo all'intraprendenza, al lavoro, alla semplice genialità dei montanari-architetti che l'hanno costruita e usata.  Ossia i nostri avi.  Non più ruderi, basta ruderi nelle nostre valli: è tempo di ricordare e imparare dai nostri stessi ricordi.