Salita al P.zo Ceric (Ceric - m.2536)


   

   

   

   

   

   

Periodo utile: Giugno inoltrato - innevamento

Dislivello: da Agneda m. 1300 c.a., dal lago di Scais m. 1000 c.a

Difficoltà: alpinista esperto

Tempo di percorrenza: da Scais: circa 3 ore / 3 e 30'

Attrezzatura: scarponi da montagna con buona tomaia, abbigliamento comodo e adatto alla quota.  Utili i ramponi ed ev. il casco per l'ultimo tratto

Fonti: 50 metri sotto il laghetto di Zoc, lungo il percorso.

Ripari: Baita dei Grassi e baite di Zoc

   

 

Quella "e" finale probabilmente stava male ai topografi che hanno storpiato il nome Ceric (che significa in dialetto "chierico" e peraltro è il nome di un clan familiare locale) in Cèric, che non significa nulla.

Salita non impegnativa, ma per alpinisti esperti, specie per alcune difficoltà dell'ultimo tratto prima di guadagnare la cima. Si segue inizialmente lo stesso itinerario già descritto per arrivare al laghetto di Zoc, al quale si rimanda.

Dal Laghetto, si prende a salire il crestone Sud-Est del P.zo Ceric, che dà sulla Val Vedello.  Il sentiero è comodo e ben visibile dal laghetto, dal quale vi si accede per una pietraia. Prosegue poi, dopo la cengia iniziale, dietro il crinale, sul versante che dà sulla Val Vedello.

Si tratta di un sentiero che molto tempo fa era praticato anche dalle mandrie di vacche che salivano a pascolare sul crestone, ma che ora si sta lentamente chiudendo (se non fosse per le capre, che lo percorrono abitualmente sino alla cima del Ceric, continuandolo anche là dove non c'era).

Il crestone è di agevole salita. Giunti sulla spalla del crestone, si rientra un poco e si perde di vista la Val Vedello, perché si segue una specie di avvallamento che sale. 

Si segue in ogni caso, per quanto possibile le tracce che lasciano le capre e i camosci, tenendo il più possibile la cresta, senza abbassarsi se non è necessario.  Si arriverà ad una bocchetta, a quota 2400 circa. Sin qui la salita è stata molto facile, ma ora è un po' più difficoltosa. Da qui infatti si potrebbe proseguire risalendo la cresta.    Questo itinerario è però pericoloso, perché è molto esposto e abbastanza ripido, e pertanto non ci sentiamo di consigliarlo.  Nell'icona di sinistra, di una foto scattata non lontano dal P.zo Medù,  si noterà la bocchetta di cui si è detto, e lo sviluppo della cresta sino alla cima: a nostro avviso è troppo esposta e non si guadagna nulla nel rapporto rischio-resa. 

Abbiamo preferito invece, un canalino abbastanza facile (solo in due punti è necessario aiutarsi con le mani per salire), che sale sotto la cresta, anche se vi potrebbe essere una qualche probabilità di caduta sassi (munirsi perciò di casco, per precauzione, anche perché vi sono animali in circolazione che potrebbero causare caduta di sassi).  Sono utili anche i ramponi, perché se si scivola non è facile fermarsi e si rischia di farsi male - la difficoltà è maggiore in discesa.  Nell'icona di destra si può intravvedere agevolmente il percorso del canalino seguendo la cengia e poi la spaccatura che sale obliqua fino alla cima.  Certo non è un passaggio da prendere alla leggera, anche perché il terreno è poco stabile, ma è sicuramente più tranquillizzante del precedente.

Dal canalino si raggiunge la prima cima in pochi minuti e poi, subito dopo, la seconda cima che guarda sul P.so del Forcellino.

La discesa può comportare alcuni problemi in un paio di punti del canalino, ma non è cosa da impensierire alpinisti esperti, che possono portare con sé pertanto anche persone non esperte, senza che ciò pregiudichi l'escursione.  Come ultima risorsa, 20 metri di corda risolvono ogni problema di sicurezza.

Si sconsiglia la discesa per il P.so del Forcellino, troppo ripida e su roccia troppo instabile (sfasciumi).