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Pz.o del Diavolo di Tenda (m. 2.916)
Periodo consigliato: metà giugno, preferibilmente non oltre giungo. Dislivello: circa 1.600 m. da Ambria, 1.100 m. dalle Baite della Cigola Difficoltà: alpinista esperto. Tempo di percorrenza: Circa 6 ore da Ambria, circa 4 ore dalle baite della Cigola. Tre ore e mezza per la discesa sino ad Ambria. Tempi stimati su condizioni ottimali. Attrezzatura: scarponi da montagna, attrezzatura standard per l'alta montagna, ramponi, piccozza, consigliati 20 m. di corda (2 persone). Per prudenza il casco sulla Bocchetta di Podavit.
Il P.zo del Diavolo è situato ad alcune centinaia di metri dal confine valtellinese con la Provincia di Bergamo, che passa dal P.so di Podavit (così dice la carta IGM, anche se altre mappe pongono il confine proprio sulla vetta). Partendo dal paesino di Ambria (m. 1.325 slm), dove è possibile parcheggiare l'automobile (con adeguato permesso comunale, altrimenti si deve lasciare l'auto a Vedello (m. 1000 circa slm), si prende per la Val D'Ambria, con analogo percorso a quello già esposto per la salita al P.so Brandà (vedi), fino all'Alpeggio di Dossello. Da Dossello si prosegue poi il sentiero ben segnato che sale costeggiando il torrente, attraversandolo poco dopo l'alpeggio, fino a ricongiungersi al sentiero Credaro (Alta Via, ben segnalato). Se invece si pernotta nella Baita di Cigola (1874), si è già sulla GVO, e bisogna all'indomani scendere lievemente per circa 20', in direzione del P.so del Forcellino, sino a raggiungere le ultime propaggini delle morene e degli sfasciumi del P.zo del Diavolo. Si attacca la morena (lunghissima: circa 600 m. di dislivello) dalla parte sinistra, nel punto in cui la Gran Via delle Orobie svolta verso il P.so del Forcellino (più o meno in direzione del P.zo dell'Ómm - in linea d'aria quasi di fronte al Bivacco). Non ci sono segnali (qualche ometto ogni tanto) e bisogna procedere a vista. Il percorso fino all'inizio della morena è condiviso anche per la salita al P.zo Rundinìi altrove spiegato.
La salita è molto faticosa, perché non esiste più sentiero (e forse non è mai esistito un vero sentiero), se non qualche debole traccia. Inoltre, la morena è molto instabile, e in certi punti il terreno non si trova altro che sfasciume che cede sotto il passo, rendendo l'avanzata molto faticosa. Ci si tenga preferibilmente sulla sinistra, vicino (ma non troppo...) ai contrafforti meridionali del P.zo dell'Ómm, dove è possibile camminare su una terreno più stabile, prediligendo piccoli crinali morenici che sono coperti da un po' di vegetazione. E' possibile anche attraversare un po' sulla destra la morena diagolamente, e si noterà un crinale erboso che porta velocemente in quota e prosegue oltre con sfasciumi che però sono abbastanza solidi. Terminato questa lingua d'erba è però meglio rientrare velocemente verso il centro, perchè dalle pendici della Corna d'Ambria spesso scendono scariche di sassi, soprattutto se la neve non si è ancora sciolta.
Il masso al centro della foto può essere un punto di riferimento nella salita. Oltre questa posizione, la salita inizia ad acquistare pendenza sino ad essere molto erta nella parte finale, prima del nevaio, e per di più su morena molto instabile.
Il crinale erboso e molto stabile sul versante destro della morena. Lo si nota facilmente. Si sale poi, oltre, costeggiando molto alla larga, per via delle frane, la lingua di neve sotto le pendici della Corna d'Ambria
Si deve risalire interamente la morena formata dagli sfasciumi della Corna d'Ambria e del P.zo dell'Ómm, sino a un piccolo nevaio che si trova proprio sotto la parete Nord del P.zo del Diavolo. Giunti al catino semicircolare del nevaio, osservando la roccia sulla destra, si noterà un'ampia cengia, che porta in diagonale sino a una cresta orizzontale (la si nota anche dalla Val D'Ambria) e dove di trova la bocchetta di Podavit (2624). Il nome è dato dal termine dialettale Podavit (ossia la roncola, "pota vite"): visto dalla Val d'Ambria infatti la bocchetta dà l'idea di una lama di roncola. Qualcuno l'ha poi recentemente ancor più storpiato in "Podavista", che sinceramente non sappiamo a cosa far risalire. L'importante è capirsi di che cosa si sta parlando. Si risale pertanto il nevaio, che raggiunge il 45° circa di pendenza sino a montare sulla cengia, che inizia di colpo dopo la neve (se non è ancora essa stessa innevata). Se l'innevamento è scarso (in genere oltre metà luglio), dalla sommità del nevaio rimangono alcuni metri di roccia ripida e viscida da superare, per poter guadagnare la cengia. Si consiglia vivamente di non tentarla in queste condizioni, specie se si è soli o non si è muniti di corda per la discesa (e, d'altra parte, una caduta senza sicurezza vi infilerebbe direttamente nel terminale del nevaio, che, a stagione avanzata, è piuttosto insidioso). In ogni caso, è sconsigliabile anche piantare chiodi su quella roccia, troppo malsicura (insomma, meglio tornare indietro, come chi scrive ha fatto per ben due volte...). Si percorre l'ampia cengia, un po' esposta ma non tanto da impensierire un alpinista esperto (anche se negli ultimi tempi si è un po' mal ridotta e riempita di pietrisco fine), dove ricompare un camminamento ben segnato e, dopo aver superato un piccolo camino, si sbuca in vista dell'agevole sentiero che porta al P.zo del Diavolo (2.916) in circa un'ora di salita. E' bene in questo punto indossare il casco perché si è a volte costretti a salire proprio sotto lo strapiombo soprastante dal quale, specie se c'è neve, potrebbe scendere del pietrisco per effetto di sbalzi termici o movimenti di animali. Per le sue particolari caratteristiche, questo percorso è senza dubbio uno dei più faticosi degli itinerari qui descritti, soprattutto partendo da Ambria ma poco meno partendo dalle Baite della Cigola, proprio a causa della morena molto instabile, affaticante, insidiosa specie in discesa. Per questo è adatto ad alpinisti esperti, o a comitive ben allenate, accompagnate da almeno un alpinista esperto (o una guida alpina). Ovvio che il problema viene ampiamente risolto se si sale quando la morena è innevata, agli inizi di giugno ad esempio: in tal caso la fatica sarà molto inferiore. Il percorso è anche abbastanza pericoloso, per le insidie che risulteranno evidenti dalla descrizione qui svolta e dalle fotografie. Le fotografie sono state scattate al 19 giugno del 2003 e del 2005, e la neve in quei giorni era sufficiente a tentare il passaggio. Non è pertanto il caso di tentare l'avventura della Bocchetta del Podavit se non si ha esperienza si ascese sui nevai, con relativi connessi pericoli (caduta sassi soprattutto). I tempi indicati, devono pertanto essere aumentati di almeno un'ora se non si ha un buon allenamento alla salita, perché la morena fa perdere molto tempo e così il nevaio. A volte bisogna lavorare di piccozza, se la neve è troppo dura per poter essere aggredita dai ramponi, perché la pendenza del nevaio è abbastanza accentuata e una scivolata senza poter frenare potrebbe anche causare delle abrasioni o delle contusioni contro le pietre che ogni tanto spuntano dalla neve. O, peggio ancora, se si scivola dalla cengia e si precipita solo un miracolo può salvarci (che peraltro, a quanto ho sentito raccontare da alcuni alpinisti di Sondrio una volta è già avvenuto - ma due volte... sta scritto "non tenterai il Signore Dio tuo... J) Almeno per questi aspetti, il P.zo del Diavolo si merita il nome che ha, e l'ascesa dal versante valtellinese può essere considerato un punto - mentre l'ascesa dal versante bergamasco, dal Rif. Calvi, è molto più semplice (il sentiero dalla Bocchetta alla cima è impegnativo, ma non difficile). Vi è da dire che, dal punto di vista paesaggistico e proprio per la particolare natura selvaggia dei luoghi, l'ascesa e la vista dal P.zo del Diavolo sono particolarmente suggestive.
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