Il campo


  

  

  

  

  

Cinquant'anni fa, come anche altrove abbiamo annotato, non esisteva praticamente differenza fra allevatore e contadino.  Questi due mestieri erano competenti a un'unica figura, quella del montanaro ben integrato nel territorio, abituato a un'economia da secoli chiusa, che si aprì improvvisamente dapprima con le timide avvisaglie dei lavori edili per la costruzione degli invasi per la produzione di energia elettrica, delle decouville, per lo scavo delle gallerie, e poi i grandi cambiamenti del boom economico della fine anni '50 e inizio anni '60.

In questa logica di sopravvivenza (certo non disperata ma senza dubbio non lussuosa) il campo (oltre all'orto) era indispensabile, se non altro per non essere costretti ad acquistare in toto alcuni generi di prima necessità per l'alimentazione, quali il mais, la segala, la farina di grano saraceno, i fagioli, le patate, le verze.

Per un po' il campo sopravvisse al cambiamento.  Fino a pochi decenni or sono chi aveva un pezzo di campo se lo coltivava, per sé e per la sua famiglia, al di là del fatto che lavorasse in un cantiere edile o fosse insegnante o impiegato di banca.  Ora le estensioni a campo sono ormai regredite a pochissimi appezzamenti - anche questi usati spesso per coltivare mais per il bestiame - e sostituiti dalle coltivazioni a prato.  Nella foto che si vede qui sotto, scattata agli Amonini, si possono notare alcuni residui appezzamenti coltivati a campo, in una zona che solo 30 anni or sono non aveva quasi alcun prato.

 

Campo da poco arato, in loc.  Amonini- Foto Lucini

  

Segno che il benessere non rende più necessario questo particolare doppio lavoro, che viene considerato troppo faticoso e poco redditizio.

I campi e i prati sono ovviamente mappati e divisi fra loro da cippi in pietra (tèrmen) che ne segnano i confini.  Con l'andare del tempo e passando di padre in figlio, le estensioni di campo sono state frammentate, poiché, forse per non scontentare nessuno, il patriarca divideva in parti uguali ogni appezzamento di terreno, così che  i campi e i prati si sono ridotti a volte ad esili strisce di terreno, che non sono redditizie alla coltivazione.  Vicino al campo della fotografia qui sopra infatti, è situato un praticello di 5 metri di larghezza e lungo una quarantina che corre a fianco del campo e col quale doveva costituire un tempo un tutt'uno.  Anche per questo motivo la coltivazione, a lungo andare, divenne poco redditizia, perché era più il tempo impiegato a spostarsi di quello necessario al lavoro.  In altre zone, ad esempio l'Alto Adige, il problema è stato risolto con istituzioni molto antiche, come quella del cosiddetto "Maso chiuso", sconosciute in Valtellina (è peraltro la trasposizione popolare, quasi pari-pari dell'antica tradizione dei principi feudali, che lasciava l'eredità indivisa e in mano al membro più anziano della famiglia, mentre gli altri venivano liquidati con somme danaro o spediti in convento o alla naja perpetua e costretti a fare i banditi o i crociati).

Dal punto di vista paesaggistico, il campo, insieme ai muri di sostegno dei vigneti, doveva essere una nota caratteristica del paesaggio, specie a primavera, quando si potevano notare le ragnatele dei confini segnare a mosaico tutto il fondovalle, con effetti visivi notevoli, che ancora oggi ci sorprendono guardando le vecchie fotografie.