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La gerla
Foto Redaelli
Insostituibile attrezzo della vecchia civiltà contadina. Serviva essenzialmente come contenitore per portare, di tutto, sul dorso. La sua funzione dovette essere insostituibile quando le strade erano scarse o impraticabili per i carri agricoli o le carriole. Ma anche nel podere non si poteva fare a meno della gerla: ad esempio per portare le patate, il mais, l'uva. Praticamente nessuno si metteva per strada senza la gerla (in dialetto è maschile: 'l jèrlu). Si andava a Sondrio (ovviamente a piedi) a vendere i prodotti della campagna e della pastorizia con la gerla, nella quale magari si metteva una bottiglia con qualcosa da bere o altri oggetti personali insieme al resto. La gerla è una specie di campana, costruita su un basamento in legno, che veniva trapanato ricavandone dei fori nei quali venivano infilate delle nervature ricavate da rami di betulla Si costruiva così lo scheletro attorno al quale venivano pazientemente intrecciati altri rametti, in modo da formare una specie di cesta a tronco di cono. A metà di questo tronco veniva collocato un robusto supporto di legno nel quale venivano infilate le spalline (stròpa), ricavate da un flessibile rametto di salicione. La foto mostra un nostro compaesano intento alla costruzione delle gerle (ora è un lavoro quasi scomparso: lo fa qualcuno solo per passatempo).
La costruzione della gerla - Foto Amonini La gerla così ottenuta, era appunto 'l jèrlu, più adatto a portare merce di piccola taglia. Una variante della gerla, della campàsc (pron. "sc" di "sciatore") o campàgia, era più o meno la stessa cosa ma un poco più capiente e più alto e senza l'intreccio che chiudeva la nervatura.
La gerla e il campàsc - Foto Lucini
Ne risultava uno scheletro di legno adatto a portare soprattutto il fieno (nella gerla infatti il fieno scivola fuori, perché la compattezza della trama non lo trattiene) e oggetti voluminosi. Tempo fa chi scrive si è imbattuto in un allevatore che, senza suonare tante trombe, si portava ancora col campàsc una bella caldera dall'alpeggio di Cornascio fino all'alpeggio del Grasso.
Trasporto del fieno col campasc (foto Redaelli)
Ovviamente le spalline di salicione, anche se ben sagomate al disegno della spalla, non sono molto comode: "tagliano", per così dire, le spalle. Ma questo è un problema relativo, perché dopo le prime 20 volte ci si abitua e non ci si fa più caso... In ogni caso, l'operazione più faticosa è quella di mettersi la gerla in spalla: non è facile, se non c'è un appoggio almeno di 50 cm. sopra il livello del terreno o nessuno che aiuta. Bisogna preparare la gerla tenendola in equilibrio, in modo da poter entrare con le spalle da sotto, infilare una spalla sotto la spalline e, tenendo il carico in equilibrio con la mano del braccio già infilato nella spallina, infilare con l'altra spalla la seconda spallina. Ma poi si è seduti e ci si deve alzare carichi come somari: è qui che ti voglio. Ci si aiutava un po' col manico del rastrello o con la forca, ma era comunque sempre un'operazione molto precaria. Per i luoghi vicini alle abitazioni si usava pertanto una specie di cavalletto a tre piedi (cavalèt), su cui si collocava la gerla prima di mettersela in spalla, mentre nelle selve tutto era più facile, perché bastava collocare il carico su una forte pendenza, che agevolava anche l'operazione di alzarsi col carico addosso.
Il treppiede per caricarsi la gerla sulle spalle - Foto Lucini
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