Il vigneto


 

 

 

 

La coltivazione della vite in Valtellina è molto antica.  Ricordo il compianto Prof. Benetti, noto e bravo pittore valtellinese, che nelle lezioni di storia dell'arte soleva affermare che il più antico monumento valtellinese, risalente a circa 900 anni A.C., sono i terrazzamenti a secco (ora spesso cementati) che sorreggono le coltivazioni viticole.  Quindi, più o meno all'epoca dell'espansione etrusca, testimoniata da diversi ritrovamenti oltre che da fonti storiche. In una tomba etrusca a Teglio si sono trovati, fra le offerte votive, i resti di alcuni grappoli d'uva.  Il vino valtellinese è dunque di origine molto antica, e ancora si difende abbastanza bene sul mercato mondiale.

 

Foto Lucini

 

Il vino delle Orobie è il fratello minore di questo vino eccellente, coltivato nelle zone DOC del versante retico, dalla costiera dei Cec, di fronte a Morbegno, fino a villa di Tirano.  E' un vino aspro e sincero, di cui diremo altrove.  Fatto sta che attorno ad esso e alla coltivazione della vite, una grande cultura è sorta, un'ulteriore prova dello spirito di osservazione e dell'intelligenza del contadino, che sa adattarsi al meglio all'ambiente, come l'acqua si adatta alla forma che la contiene.

Nella vigna non si coltiva soltanto la vite, ma anche altro, ad esempio le patate e le verze - certo, oggi molto meno di un tempo.  La vite è una pianta fragile, che deve essere sostenuta.  Non bastano gli esili sostegni che si usano in alcune zone: qui tira un vento forte, specie in estate, che viene dal lago e piega gli alberi verso est, conferendo al paesaggio una singolare nota.  C'è bisogno quindi di pali robusti, in legno di castagno, a volte bruciati nella parte da piantare nel terreno, perché durino di più; così era, da qualche secolo.  Ora i pali di castagno sono stati sostituiti dai pali di cemento in molte vigne, e non capita più di trovare quei colpi d'occhio, in primavera, dove lo sguardo si sorprendeva nel gustare l'indefinito contrasto fra il cupo della terra appena arata, il grigio-azzurro dei pali macchiati di solfato di rame,  l'azzurro più intenso del cielo e il verde tenero della foglia nuova.  Ma si dice che i pali di cemento, rinforzati da tre stecche di ferro all'interno, durino di più: è un'opinione, crediamo noi, perché un palo robusto ben bruciato resiste anche 30 anni e anche molto di più, come testimoniano le palafitte del neolitico.

 

L'attrezzo usato per piantare i pali delle viti

Foto Lucini

 

La lavorazione della vite è faticosa e paziente.  Si inizia in inverno a potare (pudàa), tirare i fili lungo i pali e legare i viticci ai pali e ai fili (drizzàa), con rametti di salicione, una pianta che cresce lungo i prati più umidi e che qualche imprudente giornalista di non so quale quotidiano nazionale, descrivendo i nostri paesaggi, ha improvvidamente definito "ulivi" suscitando tra l'altro il divertito sarcasmo del nostro Marino Amonini in un risentito articolo contro la cronaca-spazzatura (si era ai tempi dell'alluvione del 1987).

 

Pali di castagno in una vigna di loc. Fiorenza.  Si notano le legature fatte col salicione.  

Foto Micheletti

 

Pergolato a quota 600 metri in Loc. Vermaglio - Foto Micheletti

Anche i fili, almeno in parte, erano sostituiti con rametti di salicione, perché il filo di ferro costava molto e il salicione viene regalato dalla natura a fine-inverno.  I rametti venivano sezionati in due parti e legati fra loro a formare una specie di corda.  Ora ovviamente si usa il filo di ferro, magari avvolto in una pellicola di plastica.

Bisogna inoltre affrancare tutti gli anni i pali (pianta sü la vigna), vedere che non dondolino troppo e, nel caso, levarli dal terreno, togliere lo strato di legno marcito e ripiantarli (o, se troppo corti, tagliarli come legna).

Poi si arava i filari, si seminava le patate: oggi non più.  E inizia quella lunga lotta fra parassiti (a dire il vero un tempo non molti) e uomini, per il raccolto, che finisce più o meno in agosto, quando ormai l'uva giunge a maturazione. 

A metà ottobre si raccoglie e si fa il vino (turciàa), e la vigna inizia il suo sonno, che sarà interrotto, come in una scansione liturgica, a fine inverno con la nuova potatura..