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La pastorizia: storia di un rapporto fra uomo e animali
Foto Amonini
Nessuno può descrivere meglio di un pastore, il rapporto fra l'uomo e l'animale. Chi scrive non è stato pastore, e dunque ne scriverà soltanto per conoscenza, per simpatia, magari con un po' di nostalgia per quei paesaggi ottobrini puntati di sagome che si muovevano lente nei prati, fra l'abbaiare gioioso dei cani, i richiami, le grida dei ragazzini - che talvolta erano essi i pastori, già esperti, solo per il fatto d'essere cresciuti con gli animali che conducevano al pascolo. Il contadino di queste terre non era soltanto contadino, ma anche pastore, e così il pastore non era soltanto pastore, ma anche contadino. Certe "divisioni del lavoro", in scala minima, s'intende, avvennero lentamente, quasi impercettibilmente, a iniziare dall'avvento del cosiddetto "boom economico", che ci frastornò un po' tutti e che piegò definitivamente l'economia in una certa direzione. Lo scenario caratteristico di un qualsiasi borgo di montagna, ma anche del fondovalle, di 10 / 15 anni immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, lo possiamo ancora ricordare, a sprazzi, come parte di vita vissuta, per chi ha intorno a cinquant'anni e oltre, ma è cosa ormai ignota per le generazioni più giovani - a parte casi particolari, perché non sempre e non per tutti, e per fortuna o per sfortuna, il nuovo giunge a suo tempo. Chi scrive è nato a Piateda e gli piace ricordarla a sera, la Piateda di cinquant'anni or sono. In qualunque luogo si passava, Boffetto, Busteggia, Cà d'Agneda..., lo scenario e l'atmosfera differivano di poco. Passando dalle strade, ancora in terra battuta o lastricate con l'acciottolato, verso le cinque o le sei in inverno, quando ormai il crepuscolo era già calato, si poteva spiare dal buio la luce tiepida delle stalle, illuminate da una debole luce di 10 o 15 Watt ("candele", dicono i contadini) e osservare il contadino regolare le bestie. Dal fienile soprastante la stalla, veniva calato il fieno raccolto in estate, appositamente tagliato con un attrezzo detto "vanga", in realtà una robusta lama fatta a semiluna, alla quale veniva applicato un manico di ferro o ricavato da un legname resistente. Mi ha sempre colpito la fattezza di questo manico: una parte orizzontale per poterlo impugnare saldamente con le mani, un prolungamento ad angolo retto dal quale si differenziava, un po' sotto, un altro appoggio orizzontale. L'attrezzo veniva collocato con la lama rivolta verso il basso, sopra la massa di fieno che ormai si era pressato da sé, quindi impugnato saldamente e spinto verso il basso: quando le braccia trovavano troppa resistenza, la pressione veniva aumentata con il ginocchio e poi col piede, appoggiato sulla sporgenza a metà del manico; così, taglio dopo taglio, veniva tolta con chirurgica precisione la porzione di fieno che serviva a regolare le bestie. La cosa che mi sorprendeva di più era osservare, come dicevo, le fattezze di quel manico, a volte ricavato da un unico pezzo di legno, senza giunture; un alberello adatto allo scopo che doveva essere a lungo cercato e studiato, quando il contadino tagliava il bosco per la legna. Era un perfetto esempio di intelligenza contadina, di adattamento delle forme naturali alle proprie esigenze strumentali. Si spiava, dunque, all'interno di quelle nere stalle, da dove usciva un vapore di fiati animali, il suono discreto dei campanelli o campanacci al collo delle bestie, il rumore ritmico del getto di latte nel secchio di alluminio, dapprima come un sibilo metallico per via dell'impatto del getto stesso sul fondo del secchio vuoto, e poi pian piano un lontano "ron ron", simile a un gatto che fa le fusa, per via dell'impatto del getto nel secchio semipieno, attutito dalla schiuma abbondante che si creava da sé sopra la superficie del latte.
Scende la prima neve e si recuperano le capre, Primi animali a salire gli alpeggi e le ultimi a rientrare nelle stalle - Foto Lucini
O magari si poteva assistere alla scena dell'abbeverata alla fontana: non si immaginava infatti l'acqua corrente nelle stalle, che era un lusso che neppure tutte le famiglie dei cristiani potevano vantare. O si poteva udire lo sfregare dei forconi (triènza) sugli acciottolati delle stalle, quanto i contadini le ripulivano dal letame, collocandolo nel letamaio poco lontano, o il fruscio delle foglie secche, appena raccolte a fine autunno, che erano usate come nuova lettiera per le bestie. E magari il grufolare di un maiale all'ingrasso, anche lui accontentato con avanzi, siero che rimaneva dalla lavorazione del formaggio, ghiande di rovere, crusca, castagne, verze, rape e altri ortaggi. O anche lo sbuffare di un mulo o di un asino legati alla mangiatoia. Poi il contadino portava il suo prezioso carico di latte nella brenta, fino alla "Latteria sociale", proprio in centro del paese (ve n'era una a Boffetto e una a Piateda Centro). Coloro che avevano un numero abbastanza importante di bestie, a volte preferivano lavorare essi stessi il latte, fare il burro, i formaggi, la ricotta (vedi la nota sulla lavorazione del latte), o venderlo ai (pochi) che non possedevano bestie (non esisteva il "tetrapak", il latte al supermercato...) attingendolo direttamente dai secchi appena munto e ancora caldo. Ora tutto questo, lo si dice con un po' di nostalgia, è finito. Ma, a pensarci bene, pochi sono coloro che si prenderebbero la briga, a sera, di andare ancora in latteria o presso il contadino con una bottiglia o un recipiente ad acquistare il latte appena munto. Siamo diventati pigri e abitudinari, o forse il tempo ci è necessario per altre cose...
Foto Materietti
Ma qualcosa di questa atmosfera la si può trovare ancora negli alpeggi. E lo sarà ancora per qualche tempo perché, essendo l'allevamento ormai ridotto al lumicino, nessuno si preoccupa molto di rimodernare gli alpeggi (stalle, luoghi di lavorazione del latte, ecc.), così che qualcosa delle abitudini e degli antichi modi di lavorare il latte, permangono. E anche, a ben vedere, la vita del pastore, che quasi in nulla è cambiata dai tempi antichi, quando egli si reca in montagna per la transumanza. A Piateda ormai pochi alpeggi sono ancora, e forse non tutti gli anni, "caricati", come si suol dire. Le bestie poi, sono in numero neppure paragonabile a quello di quegli anni, così che una larga parte dei pascoli rimane abbandonata. Chi va dal Rifugio Mambretti al Passo della Scaletta ad esempio, potrà notare, sulle pendici della Cima Brunone, a 2000 / 2100 metri di altezza, dei ruderi di ricoveri occasionali, che i pastori della Val Caronno usavano per trascorrere la notte con le bestie, raccogliere il latte, ripararsi dal maltempo. Come poi facessero le bestie a salire in luoghi così isolati, accessibili solo da passaggi impervi anche per l'uomo, è per me un mistero, o forse una verità difficile da ammettere nella sua dura semplicità.
La mite e paziente razza bruno alpina, è quella che si adatta maggiormente alle condizioni ambientali e climatiche delle Orobie - Foto Materietti
E questi ruderi si possono trovare nei luoghi più remoti, dove nessuno penserebbe che un uomo possa trascorrere 10 o magari 15 giorni estivi, per far brucare uno specchio di pascolo. Se si chiede a un vecchio pastore di descrivere gli scenari di allora, additerà questo o quel pascolo, dirà chi era solito salirvi, quale famiglia, per quanti giorni, e se lavorava in loco il latte o se lo portava giornalmente alla "casèra" dell'alpeggio. Nessuno scorcio di pascolo era abbandonato: l'erba era la sopravvivenza. E dove non arrivavano le mucche, arrivavano le pecore e le capre. E dove anch'esse non giungevano, giungeva di nuovo l'uomo, che con la santa pazienza, tanto coraggio e una notevole fatica fisica, si arrampicava sulle pendici e sui canaloni scoscesi con il campàsc in spalla e armato di roncola o di una piccola speciale falce costruita apposta per tagliare il fieno selvatico in quelle precarie condizioni. Più di uno lasciò la vita su quei canaloni: lo testimoniano forse le croci che il viandante può ancora notare, riparate da un masso sporgente, lungo il sentiero da Ambria verso Zappello, a circa 5 / 10 minuti di strada dal paesino.
Croci sul sentiero da Ambria a Zappello - Foto Lucini
Nei maggenghi invece, collocati intorno a 800 - 1500 metri, i prati venivano coltivati e concimati (il letame veniva comunque sparso anche negli alpeggi), il fieno tagliato e stipato nei fienili: quando il fieno raccolto a fondo valle era terminato e ormai la neve aveva ricoperto i sentieri fra i boschi, i contadini salivano ai maggenghi e recuperavano il bottino estivo, trascinandolo a valle con speciali slittoni di legno o con il sistema della "dàsa", rami intrecciati di abete sui quali veniva collocato il carico da trascinare a valle.
Foto Materietti
Tale era dunque il rapporto fra uomini e animali, un rapporto che, da parte dell'uomo, era fatto di grande attenzione e di rispetto, sia per gli animali sia per l'ambiente. Possiamo infatti affermare che l'era dello sfruttamento degli alpeggi e dei maggenghi (che possiamo collocare dal 15.simo secolo fino agli anni '60 del secolo scorso), fu l'era di maggior fortuna per l'ambiente montano. Il contadino infatti sapeva di dover amministrare con la massima intelligenza possibile le risorse dell'ambiente montano, sia il foraggio che le risorse boschive, perché ne andava della sua sopravvivenza: su questo punto c'era poco da scherzare. Nello stesso tempo la montagna, così amministrata, era caratterizzata da pascoli robusti (ora invece troviamo il viscido e insidioso fieno selvatico, dove la neve non può fermarsi e dove l'acqua non penetra, scorrendo in superficie e scavando sempre nuove frane), da boschi ben curati, da sentieri ben delimitati e non dannosi per la consistenza del suolo, da corsi d'acqua sapientemente regolati, da prati e pascoli ben ripuliti dai residui delle slavine. Ora tutto questo è cambiato, anche se qualche vestigia della passata opulenza lo si può ancora intuire lasciando correre l'occhio sulla vastità di quei pascoli che a volte raggiungono le cime. Se sia un bene o un male non possiamo saperlo o forse non è il caso di valutarlo: così è infatti: la strada che abbiamo scelto è questa e sembra ormai impossibile un ritorno al passato (anche se, a dire il vero, non è poi così assodato, se possiamo ancor oggi notare, in certi siti archeologici come ad esempio in S. Giulia a Brescia, i buchi fatti dai pali delle capanne longobarde sui pavimenti a mosaico delle antiche costruzioni romane)... |